«Rifondazione è in grave crisi: i dissidenti sono il 40 per cento»

Salvatore Cannavò, deputato ribelle: «Non credo che sarò cacciato anche se non voterò più per missioni militari»

Emiliano Farina

da Roma

Dice che per principio non può stare «dentro un partito che vota per andare in guerra». E, allo stesso tempo, è certo che in caso di divergenze sull’invio del contingente italiano in Libano, «nessuno verrà cacciato da Rifondazione».
Salvatore Cannavò è uno dei parlamentari ribelli di Rc che, come per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, insieme a un gruppetto di compagni (Franco Turigliatto, Fosco Giannini, Francesco Caruso e Claudio Grassi), sta mettendo a ferro e fuoco il castello della politica estera eretto da Romano Prodi e i suoi ministri.
Da Parigi, dove si trova in vacanza (e da dove, dopo le esternazioni sicuramente poco gradite di ieri «nessuno della coalizione mi ha più cercato»), Cannavò spiega che sta assistendo a uno spettacolo «molto poco gradito» e che Rifondazione «ha grossi problemi interni per colpa di scelte piovute dall’alto». Si mantiene vago e non lo annuncia apertamente ma il deputato lascia intendere che se l’applicazione della risoluzione Onu «dovesse giustificare l’aggressione di Israele piuttosto che favorire un reale processo di pace», il proprio voto sul Libano finirà alle ortiche.
Quindi Cannavò propone una ricetta per rimettere sulla stessa linea le posizioni di un ribelle-pacifista con quelle di un esecutivo smanioso di dimostrare che sulle truppe da inviare nel Paese dei cedri «si è tutti uniti e non c’è alcun problema». Peccato che le voci «isolate e stonate» che arrivano dal coro del centrosinistra emergano più di quelle unite e melodiose. E, vista la situazione politico-numerica, bisogna per forza fare i conti con gli «isolati e gli stonati».
Intanto da Rifondazione lanciano messaggi chiari e ribadiscono che in caso di placet sulle condizioni richieste sulla missione, «ogni dissenso sarebbe inspiegabile e non potremo che leggerlo in un’ottica strumentale».
I vertici del suo partito minacciano di usare il pugno di ferro: promettono che in caso di voto contrario i ribelli saranno cacciati. Lei, a questo punto, cosa intende fare?
«Non credo che verrà cacciato nessuno e non intendo assolutamente uscire da Rifondazione. Accolgo favorevolmente la posizione del capogruppo in Senato Giovanni Russo Spena sul fatto che debbano tacere le armi prima che i nostri soldati mettano piede in Libano. Però è necessario rimarcare che l’Italia non è disposta ad andare a Beirut a combattere contro Hezbollah per conto di Israele».
E quindi?
«E quindi penso che prima di prendere qualsiasi decisione, la maggioranza debba preparare un documento politico che motivi le scelte da fare e chiarisca una volta per tutte le proprie posizioni. Poi si potrà discutere sulla possibilità di inviare il contingente o meno. Considerato che quella di Roma non ha portato ad alcun risultato, è necessario anche convocare una nuova conferenza di pace in cui siano presenti tutte la parti coinvolte nel conflitto. Al momento del voto, cioè dopo esserci confrontati e quindi aver capito bene cosa intende fare l’esecutivo, farò valere il mio principio di base: no alla guerra».
Pare che difficilmente questa volta Prodi ricorrerà alla fiducia...
«Meglio così, ci sarà più spazio per il dialogo. Sull’Afghanistan non ci è piaciuta e abbiamo promesso che, in caso di altre missioni militari, sarebbe stata l’ultima volta che l’avremmo votata».
Marco Ferrando chiede polemicamente a voi dissidenti a cosa è servito votare la fiducia sull’Afghanistan.
«Lo domandi all’esecutivo, non a noi».
Cosa non la convince del comportamento del governo?
«Non capisco il perché della fretta di precipitarci in Libano. Forse per dare una mano agli americani e riallacciare con loro quei rapporti che si erano sfilacciati? Tutto questo ha uno strano sapore».
Si può continuare a restare dentro un partito che, secondo le sue accuse, vota il sì a una missione di guerra?
«No, per principio non lo ritengo possibile ma ribadisco che non intendo andare via. In questo momento Rifondazione è in grossa difficoltà a causa di decisioni piovute dall’alto. Il dissenso interno è intorno al 40 per cento: diciamo che oggi siamo un partito “molto variegato“. Per questo motivo abbiamo chiesto la convocazione straordinaria dei vertici per l’autunno. Magari riusciamo a schiarirci le idee».