Rifondazione di idee e valori

Impagabile, questa maggioranza di governo. Una sorta di tsunami investe i palazzi della politica e nemmeno si sforza di capire quello che sta succedendo. Per esempio, che un anno di paralisi dei lavori parlamentari non poteva che aprire delle falle nella diga che doveva reggere l’urto di un malcontento dilagante. Per esempio, che non si può liquidare come “antipolitica” una profonda crisi di sistema che non assomiglia a nessun’altra vissuta da questo Paese. Nemmeno negli anni di Tangentopoli, quando si mettevano sotto processo i politici corrotti ma sull’altro piatto della bilancia non c’era, come oggi, una società civile tanto segnata in tutte le sue componenti da un malessere così profondo. Ripassiamo i dati dell’Istat: l’11,1% della popolazione è ormai sotto la soglia di povertà, il 28,9% delle famiglie (poco meno di una ogni 3), non è in grado di far fronte a spese impreviste che superano la cifra di 600 euro, 1 famiglia su 8 si trova in serie difficoltà per le spese mediche. La propensione al risparmio che un tempo era il rassicurante termometro del nostro stato di salute, è in caduta libera: abbiamo, soprattutto al sud, il boom degli assegni scoperti e su tutto il territorio nazionale un record dell’indebitamento, ormai si chiede un prestito in banca anche per pagarsi le ferie.
Tutto questo mentre la pressione fiscale su cittadini che ancora non hanno assorbito il trauma dell’impennata dei costi dovuta all’introduzione dell’euro, raggiunge in molti casi quasi il 50%. E mentre si tartassano le imprese che dovrebbero assicurare la ripresa economica. Un fisco che con una mano prende e con l’altra non restituisce nemmeno ciò di cui si è appropriato ingiustamente. L’ammontare del debito che l’Erario ha con gli italiani ha raggiunto la cifra impressionante di 28 miliardi e quanto tempo occorre a quegli stessi italiani per rientrare in possesso di ciò che gli è stato sottratto? Tenetevi forte: l’attesa media è di 13 anni, per i contribuenti più in là con l’età c’è tutto il tempo per passare a miglior vita.
Ci sono poi i privilegi e i costi impazziti di una politica che oltretutto si dimostra incapace di governare e risolvere i problemi più elementari. Demagogia e qualunquismo se la protesta si allarga e il discredito cresce? Vorrà pur dire qualcosa se c’è stato bisogno di una telefonata del Capo dello Stato per sbloccare l’accesso a una discarica di rifiuti nel Napoletano («Presidente, solo di lei ci possiamo fidare…»). Ma non bastano i palliativi, non basta invocare qualche decisione o qualche taglio di spesa in più per vederla dissolversi all’orizzonte. Occorre invece cominciare a pensare a un progetto d’insieme, politico, sociale ma anche etico perché una classe politica è credibile solo se ha chiaro il senso delle proprie responsabilità. Occorre insomma quel processo di rifondazione di idee e di valori che va sotto il nome di rivoluzione liberale, qualcosa che non appartiene a un governo preso in ostaggio da chi pensa di risolvere tutto con l’elargizione dei “tesoretti”. La vicenda Visco insegna: a leggere il contenuto delle sue telefonate al Comandante della Guardia di finanza sembra quasi di assistere a una sequenza di quel film esemplare che è Le vite degli altri. Stessa arroganza, stessa tranquilla ostentazione di un potere che afferma se stesso nel controllo di tutti i settori nevralgici di un Paese. La politica diventa “casta” agli occhi degli elettori non tanto e non solo perché si nutre di privilegi e si trasforma in uno stipendificio, ma quando si isola e prevarica sul resto del Paese.
A questa maggioranza non si può chiedere di autoriformarsi e tradire i propri cromosomi. Si tratta di vedere se i partiti dell’opposizione sapranno analizzare fino in fondo alcuni errori del loro passato e capire su quale terreno oggi sono chiamati a scendere in campo. A giudicare dalle voci che raccolgono i circoli “D-Donna” in tutte le regioni, è questo il primo impegno che viene loro richiesto.