Rifondazione l’aveva avvisata: «Resti a casa»

«Io non ho mai avuto paura. L’unico dispiacere e la mia preoccupazione era che potessero fare del male al papà». Prima figlia, poi ministro e candidato sindaco, Letizia Moratti non smentisce la sua umanità nemmeno dopo un pomeriggio ad alta tensione. Dopo le urla, gli spintoni e gli insulti dei militanti del sindacato e dell’Unione che le impediscono di partecipare al corteo del 25 aprile. I semplici militanti, questa volta, non i no global, gli autonomi e quelli dei centri sociali questa volta tenuti perfettamente a bada dalla polizia in fondo al corteo.
«Avevo messo in preventivo i fischi e le contestazioni», confessa subito dopo la lady ministra. Ma non rinuncia a difendere la sua scelta. «Ne è valsa la pena. Sono andata in corteo con mio padre, un eroe della Resistenza, perché credo in alcuni valori: la libertà, il primato della persona e della famiglia, il primato della società civile, la solidarietà. Per questi valori sono disposta a battermi. Dobbiamo continuare a credere nella democrazia. E nella democrazia ci sono anche le contestazioni. Il nostro Paese deve continuare a lottare per un futuro fatto di tolleranza e di comprensione».
Parole pacate, nessun tono sopra le righe. Eppure lo spettacolo è stato davvero una vergogna. La folla scatenata. Urla incivili, spintoni, fischi assordanti. Pochi gli insulti ripetibili. «Fascista» (urlato con il pugno chiuso), «sei la rovina dell’Italia», «vattene a casa», «hai rovinato la scuola, non ti lasceremo rovinare Milano», «Moratti bocciata» e tutti in coro «scuola pubblica, scuola pubblica». Per gli altri serve la censura. E un’infinita pena per chi si è scagliato contro una donna indifesa che, accompagnata dalla mamma, spingeva il padre ottantacinquenne, ex deportato e partigiano, sulla sedia a rotelle.
Il padre è Paolo Brichetto Arnaboldi, uno che ha fatto la Resistenza da partigiano «bianco» nella brigata Franchi di Edgardo Sogno. Compiti delicatissimi di collegamento a strettissimo contatto con i servizi segreti inglesi e americani. Uno «che aveva fegato», racontano. Arrestato dalla Gestapo a Torino e deportato a Dachau dove anche nel campo organizza la fronda fino all’arrivo del generale Patton. Un pedigree di tutto rispetto. Ma non sufficiente a consentirgli di sfilare in quella che dovrebbe essere soprattutto la sua festa.
Cinquanta metri e si torna a casa. «Non ho mai avuto paura - sorride nonostante tutto la Moratti -. Avevo messo in preventivo i fischi e le contestazioni. Ne è valsa la pena. Sono andata in corteo con mio padre, un eroe della Resistenza, perché credo in alcuni valori: la libertà, il primato della persona e della famiglia, il primato della società civile, la solidarietà. Per questi valori sono disposta a battermi».
Apprezza il coraggio il sindaco Gabriele Albertini che, per sua fortuna, può aspettare il corteo sul palco di piazza Duomo. «Il più brutto 25 aprile da quando sono sindaco - commenta -. È un fatto increscioso e doloroso. Pensate al papà di Letizia, deportato a Dachau che partecipa con la figlia alla manifestazione che dovrebbe celebrare la liberazione da quelle violenze e da quella oppressione. E mentre è insieme ad altri per ricordare questo evento viene insultato ai limiti della violenza. Davvero un brutto modo di ricordare il 25 Aprile. È riprovevole che il corteo abbia usato i valori di tutti per scagliarsi contro qualcuno».