Rifondazione lacerata tra lotta e ragion di Stato

La questione immigrati è una nuova spina nel fianco del partito che invocava la chiusura dei «lager»

Luca Telese

da Roma

Da oggi, con l’accordo definitivo sulle candidature, si può già dire che al Senato ci sono due presidenti di Commissione con la falce e il martello nel cuore: Tommaso Sodano, presidente designato della commissione Ambiente e la decana Lidia Menapace, che dovrà anche alla sua veneranda età la guida della Commissione difesa. E da oggi, dunque, il gruppo che ha eletto Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera ha un grattacapo in più, un’ennesima contraddizione nel partito di protesta che diventa partito di governo. Un partito che vive un momento singolare: subisce contemporaneamente la doppia scissione di due formazioni trotzkiste (molto circoscritte, certo, ma pur sempre due), la nomina del primo ministro comunista (Paolo Ferrero), l’abbandono del leader carismatico passato sullo scranno più alto di Montecitorio.
E si trova nel momento più difficile della sua transizione proprio mentre il ministro Tommaso Padoa-Schioppa (uno dei pochi che secondo Romano Prodi può parlare) annuncia un programma di lacrime, sangue e sacrifici umani per rimettere a posto i conti. Come se non bastasse, c’è la concorrenza a 360 gradi dei fratelli-coltelli del Pdci, che una volta sorpassano a destra e un’altra a sinistra, abili nella guerriglia polemica, e spericolati come un galeone di filibusta rossa. La rappresentazione plastica di questo passaggio di identità, e dei paradossi che genera, si è avuta il 2 giugno: sul palco di via dei Fori imperiali, infatti, davanti alle armate della Repubblica brillava la spilletta policroma arcobaleno di Fausto Bertinotti mentre a Castel Santangelo manifestavano i militanti e il gruppo dirigente del Prc. Bertinotti solo in mezzo ai generali, il capogruppo Gennaro Migliore circondato da Marco Ferrando e da Marco Rizzo.
C’è in questo scambio di ruoli e di poteri tutto il dilemma di oggi. Proprio nel giorno in cui Franco Giordano annuncia che Rifondazione darà vita alla sezione internazionale della Sinistra europea, Rifondazione è l’unico dei partiti del centro Europa (che fanno parte di quel raggruppamento) ad avere una organica presenza all’interno di un governo. E mentre l’antesignano dell’ingresso nelle istituzioni - il governatore della Puglia Nichi Vendola - è riuscito a smarcarsi dalle scelte che non condivideva, a mantenere in piedi la campagna contro i Centri di detenzione temporanea, a varare una legislazione sulle coppie di fatto che restano il suo biglietto da visita e il certificato di «diversità», la delegazione di governo del Prc da l’impressione di essere assediata in terra ostile, privata di un fuoriclasse come Giuliano Pisapia prima della discesa in campo. La sortita del ministro Paolo Ferrero sulla sanatoria è stata una di quelle che ha suscitato la tirata d’orecchie di Prodi sulle esternazioni. E la richiesta di chiusura del Cpt è stato cancellato dalla dichiarazione di intenti con cui il ministro Giuliano Amato ribadisce la volontà di aprirne altri. E non sarà certo un elemento di distensione la conferenza stampa già convocata per il 6 giugno da un trio di battaglieri parlamentari come il senatore Francesco Martone e le due deputate Elettra Deina e Mercedes Frias. Sui Cpt ancora non si vede il punto di quadra tra il partito di lotta e quello di governo, mentre sul fronte degli esteri, la viceministro Patrizia Sentinelli, bertinottiana doc, attende con apprensione il viaggio del suo ministro Massimo D’Alema alla corte di Condoleezza Rice. Tutti sanno che lì si gioca una partita decisiva, non tanto sul futuro della missione irachena (già scritto, insieme alle omeopatiche formule di ritiro) ma su quello della missione afghana. Su cui non ha dubbi il grande emergente dei nuovi equilibri, il giovane capogruppo Gennaro Migliore, che ha detto più volte: «Noi il rifinanziamento non lo voteremo mai». C’è da credergli. Ma il partito attende con apprensione quel voto, perchè è lì che Rifondazione si misurerà la temperatura: cercando di capire se ha perso l’anima per il governo, o se è ancora pronta a mettere in gioco il governo per difendere la sua anima. Ma in questo caso la febbre verrebbe a Romano Prodi.