Rifondazione licenzia Giordano e ora vuole assumere Diliberto

da Roma

Si dice che il generale Custer avesse due possibilità: asserragliarsi nel fortino Lincoln attendendo l’eventuale assalto pellerossa, o cambiare la sua natura per cambiare la storia. Come tutti sanno, finì per precipitare il Settimo cavalleggeri a Little Bighorn e, dopo una marcia estenuante che aveva stremato i suoi uomini, sfidare all’alba Toro seduto e Cavallo pazzo sul loro terreno.
Paradossalmente contò proprio la paura d’essere sterminato. Il terrore che immobilizza e acceca chi vuol perdere. Più o meno, il destino che si sta costruendo Rifondazione comunista, pronta a tornare da dov’era partita. Dieci anni di marcia buttati via invano, una serie di «strappi» (magari malposti) che hanno stremato i compagni, e ora il ritorno all’antico. Viene ribaltata la maggioranza bertinottiana, si va allo scontro del congresso (spostato al 17 luglio) tra Paolo Ferrero e Niki Vendola, e il partito non si scioglierà né ora né mai (magari ci penseranno gli elettori). È però facile prevedere, rispolverando la falce e martello, che il vincitore di luglio non sarà né l’uno né l’altro dei contendenti, ma il Toro seduto e un po’ matto. Pellerossa come si conviene, al secolo Oliviero Diliberto.
La sfida di Ferrero al Comitato politico rifondatore si consuma in mattinata, quando l’ex ministro tira fuori il rospo: «Siamo tutti responsabili. La colpa di Giordano non è stata quella di portare avanti una linea, ma di non averla contrastata. Il leit motiv è stato che il comunismo diventava una tendenza culturale. Sono stato accusato di colpo di Stato solo perché ho detto che la linea scelta era sbagliata: questo è inaccettabile sul piano morale ed è su questo che si è rotta la maggioranza. Non si può chiedere a un compagno di fare campagna elettorale e portare voti per avvicinare sempre di più lo scioglimento del partito». Lecito chiedersi allora quanto ci abbia creduto lo stesso Ferrero, al percorso che pure lo ha portato al ministero. E quanto il corpo del partito abbia respinto (magari sabotato) la novità proposta.
Ferrero mette sullo stesso piano la Costituente di sinistra di Bertinotti e la Costituente comunista di Diliberto, per dire «no» a entrambe. Per ora. Il problema è che la nuova maggioranza (98 a 70 nel Cp) non solo non è una gran maggioranza, ma soprattutto ha come pilastro Claudio Grassi, un alfiere del dilibertismo. Che significa, orgogliosamente, tornare alle origini, alla Rifondazione del Partito comunista che nel ’98 aveva addirittura oltre l’8 per cento. Gongola Grassi, che almeno è coerente con se stesso e sa che cosa fare del partito: «Riattivare il Prc come progetto politico necessario alla sinistra in Italia per l’oggi e per il domani. Questo il punto fermo e decisivo contro tutte le ipotesi di superamento di Rifondazione». Ferrero, invece, rimane fermo al linguaggio dell’ambiguità: «Opposizione sociale al governo Berlusconi e rilancio del Prc all’interno della sinistra plurale». Ma dove sia più la sinistra, e di quale pluralità si parli resta un mistero.
I bertinottiani, sotto botta, vedono il bicchiere mezzo pieno: «Non c’è stato lo sfondamento nelle nostre fila, il congresso sarà aperto», dice Gennaro Migliore. Ma se il segretario «azzerato» Giordano, pur avendo cambiato idea sullo scioglimento, ribadisce che «non si può tornare al come eravamo», in campo sembra deciso a scendere anche Niki Vendola, ultima speranza dei bertinottiani. Il governatore della Puglia cerca di volare alto, come sempre, così da poter essere punto d’equilibrio tra le due frazioni ormai in guerra fratricida. «L’importante è che nessuno abbia avuto la maggioranza», dirà infatti dopo il voto al Cp. Ma soltanto una metà della sala si lascia incantare dalla sua moderata presa di distanza da Bertinotti e dal suo «non rinchiudiamoci in un fortino». Innovare con prudenza, falce e martello ma anche sinistra moderna: si punta sul personaggio, che vorrebbe diventare leader ma anche restando governatore in Puglia. Tutte cose già viste, già sentite. Fin troppo.