Rifondazione lotta per gli operai ma loro non si iscrivono più

Bertinotti: "Voglio guardare negli occhi le lavoratrici e i metalmeccanici". La vera forza del partito sono i pensionati (30% delle tessere) contro il 25% degli impiegati e solo il 20% delle tute blu

Roma - Ai tempi della casalinga di Voghera, parametro del parlar semplice e chiaro, la classe operaia lottava per il paradiso. Oggi che l’operaia tessile del Biellese resiste ancora - nonostante l’insistente corte di Bertinotti non la distolga a votare Forza Italia o Lega -, si lotta per la pensione. Sapendo che è diventata un sogno. Come la stessa classe operaia, concetto sfuggente se non del tutto fuggito.
La guerriglia sulle pensioni ha ridato un po’ di smalto alla categoria dei lavoratori manuali, mercé la spasmodica difesa loro concessa dalla Sinistra alternativa. A nome di chi parla, però, Bertinotti, quando in una recente chiacchierata esprime il desiderio di «guardare negli occhi e ascoltare le lavoratrici tessili del Biellese o i lavoratori metalmeccanici che non hanno avuto la fortuna di trovarsi un Marchionne come capoazienda»? Prima di azzardare una risposta, si ascolti in proposito Gigi Malabarba, sei anni al Senato con Prc, trent’anni ad Arese in catena di montaggio, addetto alle lastroferrature della scocca posteriore dell’Alfetta. «Sì, può suonare un po’ retorico, il discorso di Bertinotti, perché lui ora frequenta soprattutto salotti... Ma la specificità operaia esiste, anche se il discorso va rovesciato: sono i padroni che dopo 35 anni di lavoro richiedono che un operaio vada sostituito, in quanto i ritmi di fabbrica sono più infernali che nel passato. E riguardo a Marchionne, che ha rifatto la verginità della Fiat grazie ai soldi delle banche, non è lo stesso che sta mandando in pre-pensionamento 3-4mila operai? Dunque li rimette a carico della comunità, Pantalone paga. E questi qui parlano di andare in pensione più tardi...».
Intricato, il caleidoscopio pensionistico. Quasi come quello della composizione degli iscritti (ed elettori) di Rifondazione, tra i quali il peso della componente operaia può apparire agli sgoccioli. Il 22 per cento nel ’99, sotto il 20 nel 2005, contro il 43 per cento, per esempio, che poteva vantare il Pci nel 1981. Indicativo soprattutto il rapporto con le altre categorie: pensionati (oltre il 30 per cento), studenti e disoccupati (oltre il 20), impiegati (oltre il 25). Eppure, proprio a questi ultimi, Bertinotti ha fatto sapere di «esser pronto a sostenere il confronto» con quelli del pubblico impiego, per spiegare «perché è legittimo chiedere loro di andare in pensione più tardi». Il problema è che l’assemblea durerebbe cinque minuti: doppio lavoro, hobbies da scrivania e cappuccini al bar li hanno già convinti quanto sia conveniente tenersi lo stipendio pieno. Finchè si campa, se si potesse.
Allora, dov’è l’inghippo? «A Bertinotti ho sempre detto che di Rifondazione poteva fare quello che voleva, tranne che togliere nome e simbolo», spiega il senatore Claudio Grassi, leader della minoranza più numerosa di Prc, vent’anni di catena di montaggio a Reggio Emilia, a bordo di lussuose (si fa per dire) macchine utensili. «Gli operai votano Forza Italia e Lega, specie al Nord: purtroppo è vero. Ma l’abolizione dello scalone, scritto nel programma, è un simbolo. Per rimettersi in sintonia con chi lavora in fabbrica, per far capire che esistiamo ancora, anche se la lotta andrebbe messa più in relazione con il lavoro precario. Perché oggi è più usurante rispondere a un call center che stare in fabbrica, e solo la speranza di cambiar posto tiene in sé un giovane precario». A chi parla, allora, il presidente della Camera? «A quei trecento operai di Mirafiori e altrove che sono più o meno a sinistra, rispettati e ascoltati sia dagli altri, sia dal partito - sintetizza Malabarba -. Quelli che quando si presenta Giordano all’assemblea si possono permettere di voltare le spalle e fischiarlo...». Non solo, però. Bertinotti parla a un popolo rifondatore al bivio, che cambia pelle con sofferenza. E «si sente soffocare», aggiunge Grassi, di fronte a «scelte che ti fanno perdere l’anima e mirano a cancellarti», a una maggioranza fragile, con un «capo del governo non più in grado di dirigerla, che non ha nessuna autorevolezza all’interno, nessuna credibilità all’esterno». Scenari di crisi? Non si esclude nulla, dicono nel Prc, mutuando l’ambigua risposta del leader. Ma tutti sanno che oltre il governo c’è il vuoto. E per il Prc è più saggio «andare oltre», piuttosto che saltare la balaustra.