Rifondazione non molla: "Da noi nessun diktat è tutto nel programma"

Il segretario del Prc risponde alle critiche lanciate dall’ex premier. Affondo antimercato dal presidente della Camera

da Roma

Lamberto Dini pone il suo ultimatum «rigorista»? Loro ribattono sparando a trecensessanta gradi su scalone previdenziale, base di Vicenza, Tav, spiegando che non abbandoneranno il braccio di ferro, anzi, sono pronti a rilanciare. È stata una giornata nera, ieri, per la sinistra «antagonista», costretta a rincorrere su tutti i fronti lo spettro di un accerchiamento centrista. Ieri il ministro Paolo Ferrero decideva a sorpresa di partecipare al Gay Pride, il segretario di Rifondazione Franco Giordano invocava redistribuzioni di ricchezza, e persino Fausto Bertinotti, pur compreso nel suo ruolo istituzionale, tornava a tuonare contro il capitalismo. Per non parlare di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo del Pdci (anche loro felicissimi) e di Pierpaolo Cento e Alfonso Pecoraro Scanio (sottosegretario a difesa dei ceti deboli e ministro obiettore).
Sta di fatto che, malgrado i proclami baldanzosi, l’area a sinistra del Partito democratico sta vivendo un momento di grande difficoltà politica ed elettorale. Alle amministrative il partito di Bertinotti ha perso due punti netti, e per avere un’idea dell’aria che tira basterebbe ricordare il titolo che venerdì ha fatto un quotidiano importante per quell’area come Il manifesto: «Morte a Vicenza», con sotto una foto di Romano Prodi e Massimo D’Alema (con un riferimento esplicito al sì alla base). Per capire che succede bisogna dunque partire da Giordano, e dal suo ultimatum-sfogo, consegnato ai cronisti proprio durante il corteo: «Nessun diktat al Governo - precisa il leader del Prc - è difficile che possa esserci per questioni come la riforma delle pensioni, le basi militari, la Tav, che sono parti integranti di un programma condiviso, quello dell’Unione fatto insieme» (ovvero: nessuna concessione a Prodi rispetto a due anni fa). E poi, ai militanti: «Per noi il governo non è un fine, ma è un mezzo. È un modo per allargare la dimensione del movimento». Di più: «Sono stufo delle polemiche: non possiamo accettare il ricatto “O si sta al governo o con i movimenti”. Finiamola con le polemiche sulla partecipazione alle manifestazioni!». Insomma, quasi un manifesto programmatico di attacco contro le istanze dell’ala moderata della colazione e del premier.
E che dire di Bertinotti, che torna a parlare da leader da Berlino, dove è andato a seguire il congresso costitutivo della Linke, il partito «gemello» della sinistra radicale tedesca? Gli chiedono delle pensioni e lui non si sfila, concedendosi una battuta: ««La storia di questa legislatura è improntata alla norma che “Ogni giorno ha la sua pena, o anche la sua gioia”. Ma, appunto, ogni giorno...». E poi, nel messaggio ai postcomunisti tedeschi spiega: «Il capitalismo vuole cancellare il Novecento e condannare i lavoratori alla solitudine. Riduce le persone a numeri, colonizza corpi e menti delle persone facendone dei meri mezzi di produzione, ci ruba il futuro. Solo una sinistra forte - spiega il leader carismatico di Rifondazione - può aiutarci a riconquistarlo, e abbiamo bisogno di una sinistra forte anche per riprenderci la vita».
Nemmeno Oliviero Diliberto, leader del Pdci, rinuncia a giocare su due livelli di comunicazione. Ed infatti, dopo un’invettiva contro il ministro Lamberto Dini, cuce il filo della «Cosa rossa» che dovrebbe unire la sinistra antagonista, per cui vorrebbe che si bruciassero le tappe: «Dini mi è simpatico - attacca sul filo del sarcasmo - perché è uno che non si nasconde, non è un ipocrita. Sta drammaticamente sperando di ritornare a fare il presidente del Consiglio e lo dice. Però, per farlo - conclude Diliberto - deve far cadere Prodi: ma almeno è chiaro». Mentre a Rifondazione e Verdi Diliberto manda un altro messaggio chiaro: ««Basta con le dizioni: bisogna passare dalle parole ai fatti e entro l’autunno dobbiamo provare a fare una “Cosa” insieme perché i tempi della politica non sono una variabile indipendente ma sono la politica. Dobbiamo fare ed agire senza dirlo, entro l’autunno, anche per non disperdere l’entusiasmo straordinario che c’era a maggio nell’atto costitutivo di Sinistra democratica: non voglio che quell’entusiasmo si perda».
Anche l’altro Pdci Marco Rizzo batte sulle politiche economiche: «I dieci miliardi di euro sono il frutto della spremitura di lavoratori dipendenti e pensionati. Invece di regalarne due terzi ai dettati di Bruxelles, si tolga lo scalone e non si mettano scalini». Quanto ai Verdi, è proprio Cento a dimostrare che non si sentono estranei al processo: «Preferirei dire una “Cosa arcobaleno”, piuttosto che una “Cosa rossa”. Ma per il resto sono d’accordo. Credo che l’orizzonte dell’autunno sia compatibile. L’accelerazione però deve nascere anche dal basso, bisogna avere la capacità di allargare non di stringere. Non c’è dubbio che l’autunno è un passaggio temporale fondamentale». E se la «Cosa» nasce, antagonista, arcobaleno, o ribelle, l’unica cosa certa è che a pagare un altro prezzo sarà Romano Prodi.