Rifondazione non vuole dimagrire

Luca Telese

da Roma

Sarà la prima vera direzione dopo Fausto Bertinotti, la prima dopo quella che ha deciso la successione. E sarà, per Rifondazione comunista, una direzione «complicata». Non tanto perché c’è da riassorbire una micro-scissione (quella della seconda mozione trotzkista, che si è celebrata per effetto dell’andata al governo nel disinteresse generale). Non tanto perché se ne è andato il compagno Marco Ferrando, e se ne è andato subendo a sua volta una scissione nella scissione che pare uno scherzo: la prima «scissione-internet», quella che ha visto nascere (per ora) due siti-partito, progettocomunista.it. e progettocomunista.org. Lo è soprattutto perché si addensa sul cielo di via del Policlinico la nube di una piccola tempesta, quella che accompagnerà l’ingresso al governo. E perché l’elezione di Fausto Bertinotti ha sconvolto gli equilibri previsti prima del voto- Romano Prodi ha proposto all’ex segretario un «dimagrimento»: dai tre ministeri previsti prima del voto a un solo (quello che si prevede in queste ore).
Durante la campagna elettorale, infatti, si dava per certo l’ingresso nell’esecutivo di Giuliano Pisapia (alla Giustizia), di Fausto Gianni (alla Programmazione economica, una costola del superministero di Giulio Tremonti) e di Paolo Ferrero (Lavoro), accompagnati da una nutrita squadra di sottosegretari. Ora, dopo la battaglia per la Camera è solo il terzo nome quello che resta in pole position (solo per il Welfare), mentre Gianni viene indicato per un sottosegretariato, e Pisapia pare definitivamente fuori dal totoministri. L’altro nome che gira è quello di Patrizia Sentinelli, dirigente prestigiosa romana, neoeletta, indicata per una poltrona di un super-sottosegretariato, il «viceministro» (forse ai Beni culturali). Francamente un po’ poco, se si pensa che il Pcf di Georges Marchais fu crocifisso, ai tempi dello storico ingresso nel governo Mitterrand, per essersi accontentato di solo tre ministri. Persino Massimiliano Cencelli, inventore dello storico manuale democristiano, ieri osservava: «Ai miei tempi le poltrone erano molte meno. Con i voti che ha adesso, Rifondazione potrebbe aspirare davvero a tre ministri!». Mitico.
Sono moltissimi quelli che protestano anonimamente, e molti anche quelli che lo fanno in chiaro. Ad esempio lo stesso Gianni, ex braccio destro di Bertinotti, uno dei cervelli del gruppo dirigente (che fra l’altro ha criticato anche la via scelta per l’elezione di Franco Giordano). Gianni è - come sempre - una persona schietta fino a disarmare l’interlocutore: «Punto primo. Essendo io in qualche misura implicato in questa scelta, non sono la persona migliore per esprimere opinioni sulla vicenda. Secondo: se proprio le lo chiedono, sì, devo dire la verità: non capisco come sia possibile che la presenza di Rifondazione sia ridotta al lumicino. Terzo: non è a me che va rivolta questa domanda, casomai al segretario o a chi sta conducendo la trattativa». Ancora più combattiva Elettra Deiana, deputata di seconda legislatura, leader del forum delle donne: «Io di solito, per mio costume prima discuto nelle sedi di partito, poi sui giornali. Quindi domani ascolterò cosa ha da dire il segretario. Ma non c’è dubbio, e non solo non dobbiamo vergognarcene, ma dobbiamo dirlo: perché Rifondazione dovrebbe fare la parte Cenerentola?». La testimonianza della Deiana è «disinteressata» perché sia di lei come di Ramon Mantovani si parla (sempre che accettino) di un posto da sottosegretario. Non parla per interesse personale, così come Salvatore Cannavò, deputato e leader della minoranza trotzkista: «Oggi siamo ai limiti dell’appoggio esterno. Ed è inaccettabile il veto di Confindustria che fa resistenza al ministero del Lavoro. Mi dispiace per Pisapia, perché un garantista di sinistra in questo Paese serviva. Io penso che il profilo di Rifondazione nell’esecutivo sia troppo basso».
Certo, l’osservazione più divertente è quella di un dirigente che osserva: «Abbiamo più voti e meno ministri del Ppi. Non è strano?». Della Margherita? «No, del Ppi! Perché solo gli ex popolari potranno contare su un presidente del Senato, Franco Marini, e due ministri in pectore, Rosy Bindi e Giuseppe Fioroni. La Margherita, nel suo complesso, avrà sei ministri, potendo contare solo su due punti e mezzo più di noi. Non è strano?».