«La riforma è a costo zero»

Il mercato del lavoro italiano sta andando verso una deregolamentazione incentrata sulla cosiddetta «flexicurity», un compromesso storico tra le imprese (sostanzialmente libere di licenziare) e i sindacati (perché i lavoratori espulsi sono riqualificati e sostenuti dallo Stato). Chiediamo al senatore Pietro Ichino, uno dei più autorevoli giuslavoristi del nostro Paese, di riassumere la proposta di riforma che ha avanzato prendendo spunto dalla soluzione adottata dalla Danimarca. «La proposta contenuta nel disegno di legge 1873/2009, che ho presentato con altri 54 senatori - sottolinea Ichino - mira innanzitutto a una drastica semplificazione della nostra legislazione in materia di lavoro, oggi ipertrofica, disorganica, illeggibile per un non addetto ai lavori, non traducibile in inglese. Nel quadro del nuovo Codice del Lavoro semplificato, il progetto prevede anche una riforma profonda della materia degli ammortizzatori sociali e dei licenziamenti».
Quali sono i tratti salienti della riforma?
«L’idea è quella di un diritto del lavoro capace di applicarsi finalmente a tutti i lavoratori in posizione di dipendenza dall’impresa, e non soltanto a metà di essi. Tutti a tempo indeterminato, tranne i casi classici di contratto a termine, come i lavori stagionali o le sostituzioni temporanee; a tutti le protezioni essenziali, in particolare quella contro le discriminazioni; ma nessuno inamovibile: a chi perde il posto a seguito di un licenziamento per motivi economici od organizzativi una robusta garanzia di sostegno del reddito e di assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione».
Quali accorgimenti occorrono per adattare il modello danese alle peculiarità del nostro Paese?
«Nella congiuntura italiana attuale si può realizzare la riforma attraverso una responsabilizzazione degli imprenditori circa la sicurezza economica e professionale dei lavoratori licenziati. L’esenzione dal controllo giudiziale sul motivo economico od organizzativo consentirebbe alle imprese di azzerare il ritardo nell’aggiustamento degli organici, di cui oggi esse devono farsi carico: un ritardo che si misura in anni, e che grava sui bilanci. Si può dunque pensare che le stesse imprese destinino una parte del risparmio così ottenuto al finanziamento di un trattamento complementare di disoccupazione, con il quale si potrebbe allineare il nostro sistema ai migliori standard nord-europei».
Ma il modello danese si fonda anche su servizi molto efficienti nel mercato del lavoro...
«Anche da noi ci sono ottime agenzie di outplacement, il cui costo standard di mercato potrebbe essere rimborsato dalle Regioni alle imprese che se ne avvalgono, anche con il contributo del Fondo Sociale Europeo. D’altra parte le imprese, nel contesto della riforma proposta, sarebbero fortemente incentivate a scegliere bene i fornitori del servizio e curare che essi controllino efficacemente la disponibilità effettiva dei lavoratori, perché più i periodi di disoccupazione si riducono, più si riduce il costo per l’impresa».
A Copenaghen il sistema si basa su un compromesso tra flessibilità e sicurezza: le imprese sono libere di licenziare, salvo che per discriminazione, ma lo Stato soccorre gli “espulsi“ con i sussidi e riqualificandoli. Molti italiani inseguono invece ancora, come le generazioni che li hanno preceduti, il miraggio del posto fisso. Come si può compiere il salto culturale necessario?
«È sempre più chiaro a tutti che oggi il posto fisso a vita esiste soltanto nel settore pubblico. La prospettiva normale di un giovane che viene assunto nel settore privato, oggi, è quella di cambiare azienda molte volte nell’arco della sua vita lavorativa. Dunque, la sicurezza economica e professionale non può più essere costruita - come 40 anni fa - sull’ingessatura del singolo posto di lavoro».
Secondo alcune statistiche un lavoratore danese su quattro è costretto a cambiare impiego ogni anno. In questo modo non si mette a repentaglio la professionalità del singolo e si disattende il bisogno più volte manifestato dalle aziende di reperire personale specializzato?
«Il tasso di turnover danese, intorno al 25 per cento, costituisce un caso di fluidità del tessuto produttivo unico al mondo. È però interessante osservare che in molti casi il passaggio da un’azienda all’altra non corrisponde affatto a una perdita di professionalità per la persona interessata, bensì a un upgrading professionale e retributivo. D’altra parte, non esiste al mondo protezione migliore della dignità e della libertà morale del lavoratore, che la possibilità di andarsene sbattendo la porta dall’azienda che lo tratta male».
Le casse dello Stato italiano sono esangui, quanto costerebbe una soluzione di questo tipo?
«Lo schema proposto nel disegno di legge 1873/2009 è a costo zero per lo Stato. Lo schema è quello che ho detto prima, basato sullo scambio tra maggiore flessibilità e responsabilizzazione dell’imprenditore per la sicurezza dei lavoratori che perdono il posto. Il rafforzamento del trattamento di disoccupazione gestito dall’Inps potrebbe essere abbondantemente finanziato con il risparmio ottenibile sull’utilizzazione impropria della Cassa integrazione».
La Danimarca può contare, malgrado l’elevata pressione fiscale, su un ridotto tasso di evasione. In Italia le tasse e il sommerso sono invece entrambi elevatissimi. Come risolverebbe il problema?
«Che l’Italia soffra di un difetto grave di senso civico diffuso, è fuori discussione. Ma il nostro impegno all’allineamento del nostro Paese ai migliori standard del Centro e Nord-Europa non può bloccarsi per questo. D’altra parte, abbiamo ancora alcuni strumenti importanti da sperimentare sul fronte della lotta all’evasione: per esempio la riduzione drastica dei pagamenti in contanti e la deducibilità parziale delle spese per servizi. La realtà è che il margine di miglioramento della nostra situazione è molto ampio: dobbiamo approfittarne al più presto».
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