Riforma elettorale, arriva la firma di Ciampi

Volontè: è un bel regalo di Natale. Calderoli: sono felice, per me è un successo

Gianni Pennacchi

da Roma

Il ritorno al proporzionale è passato, la riforma elettorale approvata in seconda lettura dal Senato nove giorni fa è legge dello Stato. Ieri sera infatti, dal Quirinale è scesa la notizia che Carlo Azeglio Ciampi ha provveduto alla controfirma, inviando il provvedimento alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Non c’è stato dunque alcun rinvio alle Camere. E le prossime elezioni politiche si terranno secondo le «nuove» regole: sostanzialmente il sistema proporzionale d’antan, privato però del voto di preferenza e arricchito con premio di maggioranza più sbarramenti vari.
L’annuncio è giunto all’ora di cena, e pur se ha colto di sorpresa molti, non ha stupito i più attenti osservatori. Nel pomeriggio, i divani del Transatlantico davano per certo che la controfirma della legge elettorale viaggiasse parallela alla nomina del governatore di Bankitalia. Per dirla fuor dai denti: il Quirinale considerando tal nomina di proprio patrinato vista l’esperienza ciampiana a Palazzo Koch, ritardava il via libera alla riforma elettorale, considerata fondamentale dalla maggioranza, onde «orientare» Palazzo Chigi verso un governatore di fiducia quirinalizia. «Firma e governatore verranno insieme, uno dopo l’altra», si diceva. Se è davvero così, lo si potrà verificare nel giro di ventiquattr’ore.
Quel che più colpisce però, limitatamente almeno alla controfirma della legge elettorale, è la scarsa tempestività dell’opposizione. Ancora ieri pomeriggio infatti, nel question time alla Camera, il piatto forte era costituito da una interrogazione firmata da tutti i capigruppo di centrosinistra che tuonavano contro il governo per la «palese» incostituzionalità della riforma, che «puniva» la Valle d’Aosta e «rischiava» di dare il premio di maggioranza addirittura allo schieramento perdente. Ma ancora dieci giorni fa, ricordate quanti fulmini invocava Romano Prodi, chiamando direttamente e pesantemente in causa il Quirinale? Il leader dell’Unione era giunto a spiegare che Ciampi poteva promulgare la nuova legge elettorale soltanto se ormai sofferente di memoria o appesantito da qualche scheletro nell’armadio. Il giorno dopo ha rettificato, quasi scusandosi, ma la ferma speranza che avrebbe provveduto il Colle a bloccare la riforma proporzionale, resisteva nel centrosinistra ancora sino a ieri.
Oddio, c’è stato un periodo, mentre la legge viaggiava da Camera a Senato, che anche il centrodestra temeva in un rinvio alle Camere. Per questo infatti, la legge a Palazzo Madama è stata votata senza alcun cambiamento, nemmeno quelli (come le quote rosa) che pure erano giudicati utili. Ed è per questo che ora il commento di Sandro Bondi, coordinatore forzista, è misurato: «Era una decisione attesa anche se non scontata», che ovviamente «apre una fase politica e storica radicalmente nuova», e che altrettanto ovviamente «dimostra l’imparzialità e l’indipendenza del capo dello Stato». Per Luca Volontè, capogruppo a Montecitorio dell’Udc (il partito che più di ogni altro ha voluto questa legge), «è un regalo di Natale per gli italiani da parte» di Ciampi. Ignazio La Russa, capogruppo di An, sfiora la temerarietà: «Non ne ho mai dubitato», assicura. E Roberto Calderoli si dice «molto felice» perché scopre «di non aver scritto un testo incostituzionale» ed ha completato in tre mesi la riforma della Costituzione e una nuova legge elettorale: un «gran bel bilancio per un ministro delle Riforme».
Anche all’opposizione c’è chi pronuncia il classico «io lo avevo detto», ma per lo più c’è delusione. «Evidentemente ha ritenuto che andasse firmata», ha sospirato lapalissianamente il capogruppo Ds Luciano Violante. «Rispetto assoluto per la decisione del capo dello Stato, ma i nostri rilievi di incostituzionalità restano», ribadisce Dario Franceschini della Margherita. «Rispetto la decisione di Ciampi ma non la condivido», stigmatizza il verde Paolo Cento. «Me lo aspettavo», dice seccamente il comunista Oliviero Diliberto. Mentre Clemente Mastella, che all’incostituzionalità della legge proporzionale non ha mai creduto ed è più concreto, guarda al futuro: «Speriamo che si possa tornare anche al voto di preferenza».