La riforma elettorale farà litigare il Professore e i Ds

Paolo Armaroli

Nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno Romano Prodi ha aperto un nuovo fronte: quello della riforma elettorale. Che nuovo non è, tanto che il ministro per le Riforme istituzionali e i Rapporti con il Parlamento, il diessino Vannino Chiti, da tempo ha avuto l'incarico di sondare le varie parti politiche su tale delicata questione, senza essere venuto, al momento, a capo di nulla. Ma Chiti non è tipo da mollare la presa e a settembre riprenderà i colloqui per quadrare il cerchio. Del resto, questo cicaleccio alimentato ora dallo stesso presidente del Consiglio, si spiega: la legge elettorale vigente non ha più né babbo né mamma non tanto per i suoi oggettivi demeriti ma per le aspettative deluse. Perché non ha dato i risultati sperati.
Con la legge elettorale in vigore il concetto stesso di rappresentanza politica è andato a farsi benedire, con tanti saluti alla sterminata letteratura scientifica in materia. Difatti i parlamentari non sono più eletti dal popolo ma nominati dalle segreterie dei partiti. Che non sempre hanno la mano felice. Come prova la circostanza che sovente sono prescelti non già i più bravi e preparati ma i cocchi di mamma. Il bello è che su tutto questo i partiti hanno steso un velo di silenzio. Al contrario si scandalizzano per il fatto che non è stata assicurata al meglio la governabilità. Come se esistesse un sistema elettorale in grado di fornire in assoluto tale garanzia.
Ciò premesso, le critiche rivolte dall'Unione al sistema elettorale vigente sono alquanto pretestuose. Osserva Luciano Violante: «Io mi aspetto che il centrodestra prima o poi riconosca le proprie responsabilità, che qualcuno si alzi dalla sedia e dica “con la legge elettorale abbiamo fatto una sciocchezza e abbiamo arrecato un danno al Paese”». L'ex presidente della Camera sorvola su due cosucce. Per cominciare, il padre della riforma elettorale è quel Marco Follini, coccolato dall'Unione un giorno sì e l'altro pure, al quale il resto della Casa delle libertà è stato costretto ad andare appresso per non perdere strada facendo l'Udc. Che della proporzionale ha fatto il suo cavallo di battaglia e una condicio sine qua non. E poi Follini si è limitato a copiare quella legge elettorale approvata dal Consiglio regionale della Toscana che fece andare in brodo di giuggiole un centrosinistra arciconvinto della sua bontà. Perciò nessuno può ergersi a pubblico accusatore.
E ora, che fare? Due le ipotesi di Prodi. O la proporzionale personalizzata di marca tedesca che, salvo la clausola di sbarramento del cinque per cento, è un sistema rigidamente proporzionale. Perché è vero che con il primo voto sono eletti la metà dei deputati in collegi uninominali, ma è il secondo voto che conta ai fini della ripartizione complessiva dei seggi. O il doppio turno alla francese, in forza del quale se nei collegi uninominali nessun candidato ottiene la metà più uno dei voti si procede a un secondo turno al quale possono partecipare i candidati che abbiano riportato al primo turno almeno il 12,5 per cento. I Ds sono per lo più favorevoli a questo secondo sistema perché confidano di trarne profitto, perché da noi nelle elezioni locali al secondo turno cala il numero dei votanti e ad avvantaggiarsene per lo più sono i candidati del centrosinistra. Prodi invece propende per il primo in quanto ritiene che un accordo tra maggioranza e opposizione su quest'ultimo sia meno problematico.
Siamo solo alle prime battute e presto inizieranno le grandi manovre nelle quali ognuno spaccerà il proprio interesse di bottega con quello del Paese. Con il rischio di fare male i calcoli e poi piangere lacrime di coccodrillo.
paoloarmaroli@tin.it