Riforma federalismo, il Senato dice sì Aperture anche da Di Pietro e Veltroni

Via libera a Palazzo Madama, adesso la riforma passa
alla Camera. L’opposizione si astiene. Il Pdl: caleranno le tasse. Contrari solo i sei Udc. Bossi: &quot;Non li conosco, sono già al lumicino&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=323050">Calderoli: &quot;Così il Paese sarà stabile per i prossimi trent'anni&quot;</a></strong>

Roma - Gongola la Lega che un secondo dopo il voto sul federalismo fiscale ha saccheggiato il dizionario all’insegna dell’iperbole: «momento storico», «giorno più bello da quando siamo in Parlamento», «stanotte si festeggia». Bossi e Calderoli si sono sciolti in un abbraccio fraterno sotto gli occhi del premier, presente a Palazzo Madama per assistere a un’altra vittoria del governo. 156 sì, 6 no e 108 astenuti: questi i freddi numeri che spingono il disegno di legge alla Camera per il prossimo esame.

Ma il dato politico pesante come macigno è il «nì» di Veltroni e Di Pietro. Pd e Italia dei valori si sono astenuti scrivendo così una pagina fondamentale al capitolo «dialogo con la maggioranza». E il ruvido Umberto ha ringraziato, morbido come un budino: «È stato fatto un lavoro importante con la sinistra, senza la quale eravamo ancora in commissione». D’altronde erano mesi che il Carroccio cercava la sponda con l’opposizione, accogliendo in commissione molte modifiche al ddl. «Riforme condivise», è sempre stata la parola d’ordine di Calderoli & C., anche per scongiurare un provvedimento fatto a colpi di maggioranza e i relativi pericoli di un referendum confermativo.

Soddisfazione piena anche in casa Pdl perché, ha assicurato Berlusconi lasciando l’aula, «è una riforma importante che porta l’Italia a essere uno Stato moderno e federale, come la Germania, la Svizzera o altri Stati». Un applauso pure al metodo: «C’è una assoluta disponibilità a trattare con il Pd su ogni testo presentato» e un’assicurazione sul nodo più importante del provvedimento: «Con il federalismo la pressione fiscale non aumenterà. Anzi, dovrà diminuire. E i cittadini sapranno a chi potranno imputare i disservizi, perché saranno i sindaci i responsabili delle spese». Poi, la rassicurazione sulle voci di qualche incomprensione con il Carroccio: «I rapporti sono straordinari... Su ogni singolo argomento possono anche esserci delle differenze, ma quello che importa è la base di fondo che è ottima. Rapporti straordinari anche sul piano personale».

Quello approvato ieri è un primo tassello verso una riforma complessiva dello Stato. È una legge quadro che però adesso va riempita con i decreti attuativi, all’interno dei quali ci saranno scritti i costi del federalismo. Ecco, i conti. Il Pd proprio per questo è stato traballante fino alla fine: quanto costa il tutto? Votiamo no o ci asteniamo? Alla fine ha vinto la linea dell’apertura di credito a questa maggioranza con relativi autoelogi di Veltroni: «Siamo una forza politica responsabile, ma questo atteggiamento nelle successive letture in Parlamento potrà modificarsi se non saranno chiariti alcuni nodi». E Anna Finocchiaro, in Aula, sottolineava che «abbiamo smontato il cliché dell’opposizione riottosa che dice solo no». Un clima nuovo. Almeno ieri. E infatti, alla fine, il presidente del Senato, ha ringraziato tutti e a tutti ha rinnovato il suo auspicio perché «il confronto diventi un metodo quotidiano di lavoro».

Chi ha invece scelto la linea dei pesci in faccia e dei «niet» è Pier Ferdinando Casini che con la sua Udc ha bocciato il testo perché «manifesto pasticciato». Caustico il commento dell’elettrizzato Senatùr: «Casini proprio non lo capisco: già è al lumicino, se vuole fare il difensore del Sud, la battaglia antifederalista, che è persa in partenza, chissà dove finirà...».