Riforma della giustizia, Alfano: "Parità tra accusa e difesa"

Ecco come cambierà l'ordinamento giudiziario: "Via gli stranieri condannati". E avverte: "Metteremo alla prova chi vuole davvero il cambiamento. Veltroni è al bivio"

«Noi la riforma della giustizia la faremo». Il ministro Angelino Alfano ha avuto una giornata lunga. È stato al Meeting di Rimini a parlare di carcere, poi a «Vedrò», in Trentino, dove ha registrato uno speciale Omnibus sul caso Tortora. E l’agenda Alfano? «È pronta». La porterà in Sardegna al presidente Berlusconi? «Credo che gliela porterò il 28 a Roma, al Consiglio dei ministri». Ce la anticipa? Il ministro fa una pausa. «È la prima volta che accetto di parlarne in modo organico», sospira. «Mi deve concedere una premessa». Prego. «Noi la riforma la faremo. Non ci lasceremo scappare l’occasione. E metteremo alla prova chi davvero vuole il cambiamento e chi no».

Che cos’è? Un messaggio al Pd?
«Credo che la giustizia oggi sia la linea di confine del riformismo. E il Pd deve decidere se continuare a nutrirsi di antiberlusconismo o dare un contributo al cambiamento del Paese».

Una cartina di tornasole per Veltroni, insomma.
«Veltroni è a un bivio. Vedremo che cosa sceglierà».

Questo si chiama decisionismo...
«Direi dialogo e decisioni».

Un ossimoro. Come ghiaccio bollente.
«No. Le decisioni senza dialogo sono sbagliate: prima di decidere bisogna sempre dimostrarsi disponibili al confronto. Ma il dialogo senza decisioni non porta da nessuna parte. Si trasforma in un enorme bla bla».

Ci sono segnali positivi in questo senso: le dichiarazioni di Pisapia, di Latorre...
«Ci aggiunga anche Violante e Ayala...».

I magistrati, però, sono sulle barricate.
«Così vedremo la capacità del Pd di essere autonomo rispetto alle posizioni dei magistrati».

Il dialogo con i magistrati è impossibile?
«Noi siamo pronti al dialogo con chiunque. Ma per dialogare occorre che si voglia davvero riformare il sistema».

Altrimenti?
«Altrimenti noi ascoltiamo le ragioni di tutti. Ma poi non ci fermiamo».

Premessa chiara. E i contenuti? Cosa c’è nell’agenda Alfano?
«Se si dovesse fare l’indice...».

L’indice?
«Ogni agenda ha un indice. Al primo posto ci sono gli obiettivi ordinamentali».

Parole difficili. Che significa?
«I compiti del Csm, l’aspetto funzionale e quello disciplinare».

Si è parlato di un Csm diviso in due.
«Mettiamola così: di fronte ad alcune voci che riguardavano la riforma del Csm si sono registrate chiusure a riccio che ritengo inopportune».

Molto diplomatico. Intende dire che l’ipotesi dei due Csm non è da escludere?
«Esatto. Non è da escludere».

Però...
«Però bisogna vedere come si procede sugli altri aspetti, in particolare su quello che riguarda la distinzione delle carriere. È un tutto che si tiene».

Quindi siete disposti a discuterne?
«Sì. Ne discuteremo».

Passiamo al secondo punto dell’agenda?
«È il processo civile. Che prevede l’e-justice».

L’e-cosa?
«L’e-justice, la giustizia telematica, con la notifica elettronica e altre importanti innovazioni tecnologiche».

Basterà a mettere ordine in quel disastro?
«No. Infatti prevediamo anche la semplificazione dei riti (ce ne sono 30: troppi) e la mediazione, cioè l’accelerazione dei processi e la risoluzione di alcuni di loro per via extragiudiziale».

E il processo penale?
«È il terzo punto dell’agenda. Vogliamo che sia efficace, rapido ed equo».

Ha detto niente. Ma come si fa?
«Innanzitutto garantendo parità di accusa e difesa davanti al giudice che dev’essere realmente terzo».

Sbaglio o stiamo parlando della separazione delle carriere?
«Non vorrei usare quell’espressione».

La usano tutti.
«I nomi hanno la loro importanza, ma è la sostanza che conta. Ai cittadini non interessano le definizioni: interessa l’effettiva parità di accusa e difesa di fronte a un giudice che sta al di sopra delle parti e non ha alcun collegamento con esse».

Ripeto: non ha alcun collegamento con le parti.
«Esatto: nessun collegamento».

E l’obbligatorietà dell’azione penale sarà abolita?
«No. Sarà riformulata».

Che cosa significa?
«Significa rifare quello che abbiamo appena fatto con la legge che ha stabilito un criterio di priorità fra i reati, in base all’allarme sociale che essi creano».

Quindi state pensando di fissare, periodicamente, la priorità fra i reati?
«Il solco è già stato tracciato».

In quel solco si prevedono margini di discrezionalità da parte degli uffici periferici. Verranno mantenuti?
«Assolutamente sì».

L’agenda prevede anche un quarto punto?
«Sì, riguarda l’efficiente gestione della spesa della giustizia».

E da dove cominciate?
«Dalle carceri e dalle sedi disagiate».

Per le carceri che cosa si prevede?
«Ho lanciato alcune idee, come quella di espellere subito i detenuti stranieri condannati a meno di due anni».

Quanti sono?
«4200. Siglando accordi con i loro Paesi e spedendoli a casa liberiamo posti che sono equivalenti alla costruzione di otto carceri di media grandezza».

Otto carceri? Rimandando piccoli spacciatori e affini a casa loro?
«Esatto».

Si è parlato anche di braccialetto elettronico.
«In altri Paesi ha funzionato. Non sono aumentate le evasioni. Perché in Italia ci dobbiamo rinunciare?».

Al Meeting ha detto «mai più bimbi nelle carceri».
«Sì. Trovo disumano che i bimbi debbano sopportare il trauma delle carceri. Bisogna pensare a strutture alternative per le madri».

E per quanto riguarda le sedi disagiate?
«Provvederemo subito a coprire le cosiddette Procure di frontiera. Subito. Con un decreto. Questo è il primo punto nel nostro timing...».

C’è anche un timing...
«Ogni agenda ha un timing».

Quindi si comincia subito con il decreto per le sedi disagiate. E il secondo punto?
«Il secondo punto è la riforma del processo civile. Presenteremo un disegno di legge collegato alla Finanziaria, quindi passerà in autunno».

Poi toccherà al processo penale.
«Esatto. Fra Natale e Pasqua comincerà la riforma del processo penale con norme ordinarie. E nel frattempo avvieremo anche l’iter per quegli interventi che richiedono invece una legge costituzionale».

Conclusione fra cinque anni?
«La nostra coesione ci fa sperare in tempi molto più rapidi».

Di Pietro dice che la riforma della giustizia non è la priorità del Paese. Che cosa risponde?
«Evidentemente lui è fra quelli a cui va bene quest’andazzo. A lui vanno bene i processi lenti, l’incertezza della pena, i risarcimenti che dobbiamo pagare per le nostre inefficienze, le carceri sovraffollate...».

Magari non gli vanno bene, ma pensa che ci siano altre urgenze.
«Altre urgenze? Dimentica che noi ci siamo già occupati di sicurezza, di economia, di rifiuti a Napoli e che non stiamo trascurando nessuno dei settori del Paese, come il gradimento popolare dimostra».

A proposito di gradimento popolare. In molti, anche fra i nostri lettori, si chiedono quando i magistrati saranno responsabili dei loro errori...
«Ho appena finito un dibattito su Tortora...».

Appunto. Non sarebbe il caso di ricordarlo punendo i magistrati che sbagliano?
«Su questo tema c’è già stato un referendum con il quale il popolo ha espresso la sua idea».

Ma quale referendum è stato tradito! La responsabilità dei magistrati non c’è mai stata...
«Questo intendevo dire. La questione deve rimanere aperta perché, di certo l’idea che chi sbaglia paga in qualsiasi settore tranne che in magistratura è un’idea che il popolo non ha dimostrato di gradire».

La Lega ha proposto l’elezione diretta dei pm: lei è d’accordo?
«Il rapporto fra giudici e pm, come abbiamo detto, fa parte della nostra agenda. Per cui saremo disponibili ad ascoltare la proposta degli alleati leghisti».

Ma per il momento l’agenda non la prevede?
«No».

Prima parlava di efficiente gestione della spesa. Ma come farete fronte ai tagli tremontiani?
«Eliminando gli sprechi, allocando meglio le risorse e creando un fondo speciale con i proventi che derivano dai beni confiscati ai mafiosi».

Lo stesso su cui vuole mettere le mani Maroni?
«Ce lo divideremo equamente fra ministero della Giustizia e ministero dell’Interno».

A quanto ammonta quel fondo?
«Teoricamente i beni confiscati alla mafia sono stimati in un miliardo di euro. Bisognerà vedere quanto si riuscirà a realizzare».

I tagli alla giustizia a quanto ammontano?
«Sono stimati in 200 milioni di euro».

Che effetto ha fatto a lei, siciliano, la polemica su Falcone?
«Stavo rileggendo proprio in questi giorni l’intervista del giudice Falcone a Marcello Padovani. Sono convinto che lui sia un monumento morale della nostra storia patria. E mi pare siano chiarissime le cose che ha detto sui contrasti del Csm e sulle correnti del giudice».

Anche perché non le ha solo dette...
«Infatti. Le ha dette, ripetute e scritte».

Qualcuno, a proposito dell’agenda Alfano, ha parlato di ritorno alla bozza Boato. È così?
«Ripartire da alcuni elementi di quella bozza è un’idea di buon senso. Perché buttare a mare il lavoro svolto? Lo metteremo a frutto».

Quella bozza fu molto contestata. E, a quanto pare, lo è ancora...
«Certo. A chi vuol lasciare tutto così com’è, non va bene nemmeno ripartire dai punti condivisi...».

E quindi?
«Quindi gliel’ho già detto: noi andremo avanti. Abbiamo le idee chiare. E sono le idee sulle giustizia che il presidente Berlusconi ha sempre espresso, in tante legislature».

Che intende dire?
«Che il mandato popolare è chiarissimo. Non è generico. È per fare quella riforma».

Una riforma cui la magistratura si opporrà in tutti i modi. Ha sentito Cossiga? Dice che le toghe vi salteranno alla gola e consiglia al premier di espatriare in Svizzera...
«Ma io sono fiducioso che chi rivendica sempre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura allo stesso modo riconosca l’autonomia e l’indipendenza del legislatore. Che, non dimentichiamolo, è espressione del popolo sovrano».