La riforma ombra degli anti Cav: regali alla casta

L’università anti-Gelmini sarebbe, diciamocelo, una vera pacchia. Se la maggioranza avesse dato retta all’opposizione in vena di spese allegre, come in una favola di Andersen i ricercatori si sarebbero trasformati in professori associati, gli associati (con più di nove anni di carriera) in ordinari, i rospi in principi azzurri. E gli ordinari? Direttamente in Cavalieri del lavoro, come ha suggerito qualche spiritoso alla Camera.
Bastava poco, approvare gli emendamenti di Udc, Pd e finiani all’articolo 25 della riforma, e così dal nulla, puff, «ope legis», cioè con imprimatur statale e senza concorsi, l’avanzamento di carriera sarebbe stato automatico. Una maxi sanatoria nazionale, senza alcuna distinzione tra atenei, molti dei quali già in abbondante esubero di personale e relative spese. Un bel regalo di Natale ai tanti strutturati dell’Università, quelli con un posto al sole. Un calcio nel didietro ai tanti che, magari con più titoli e più pubblicazioni, si sarebbero visti scavalcati per legge da quelli più fortunati di loro (qualcuno vada sui tetti a spiegarlo...).
La regola dev’essere chiara: quando non ci sono soldi è meglio stare all’opposizione. E che il Tesoro abbia dovuto stringere i rubinetti ai vari ministeri è altrettanto evidente. Però si accusa la Gelmini di «tagliare le risorse» della scuola, mentre centrosinistra e finiani fanno i generosi con il portafogli semivuoto. Un bluff, quello di Bocchino? Il capo dei deputati Fli aveva proposto un emendamento da mille e una notte, se solo ci fossero miliardi in cassa da spendere. Facendo la parte degli animi nobili e lasciando al Pdl quella di chi deve risparmiare, i finiani avevano proposto di aumentare lo stipendio a tutti, ricercatori e non, con uno scatto automatico. Non solo, tanto è grande l’amore di Fli per la cultura e la didattica, che avevano proposto di assumere 9mila ricercatori, e non solo 4.500 come poi si è stabilito. E le coperture per questo shopping natalizio? Tutte da inventare. Però, che bello slogan elettorale sarebbe stato.
Nell’università anti-Gelmini si sarebbe stabilita anche un’aritmetica particolare, secondo cui due organismi pubblici costano meno di uno, e 24 stipendi meno di 7. Bastava poco, anche qui. Si doveva dar retta ai centristi, che si sono battuti strenuamente, con un emendamento, per eliminare il Comitato dei garanti per la ricerca, una struttura di soli sette membri, studiosi italiani o stranieri di fama internazionale, scelti per valutare e selezionare i progetti di ricerca di Università ed enti pubblici o privati. Un organismo autorevole proposto dal Gruppo 2003, associazione di scienziati italiani tra i più citati nelle riviste mondiali, e voluto da Valentina Aprea, Pdl, presidente della Commissione Cultura della Camera. Secondo il professor Rocco Buttiglione, invece, questo Comitato sarebbe «una sovrastruttura creata solo per dare qualche poltrona in più agli amici degli amici».
Meglio tenersi i due comitati interministeriali che, con più poltrone e più spese, oggi valutano chi deve fare ricerca. Altrettanto bello sarebbe stato varare la l’Albo unico (o Graduatoria nazionale) degli studenti universitari, come volevasi in zona centro. Oggi chi vuole entrare nelle facoltà a numero chiuso sceglie un ateneo, prova il test e, se è più bravo degli altri, passa. L’Udc no, voleva cambiare il sistema e introdurre una classifica nazionale. In base alla quale se uno studente fa il test in un’ateneo mediocre o pessimo ma prende un punteggio leggermente più alto di un suo collega che il test lo fa in una università dura, il primo la spunta sul secondo e acchiappa il posto, ovunque esso sia. Sull’emendamento la Lega Nord ne ha fatta una questione d’onore, minacciando di far saltare tutto se fosse passata (Fli ha fatto l’occhiolino all’Udc, ideatore della norma), perché di fatto avrebbe favorito gli studenti del Sud (tendenzialmente con voti più alti perché in atenei più accomodanti) rispetto a quelli del Nord. «Voleva dire penalizzare il merito» dice il deputato leghista Paolo Grimoldi, uno di quelli che ha dato battaglia all’«assistenzialismo scolastico» dei centristi.
Però peccato: più soldi per tutti, scatti automatici, promozioni ex lege e magari nessuna protesta su tetti e piazze. Sarebbe stato bello, invece i soldi non ci sono. E piove pure, governo ladro.