Riforma pensioni, sulle donne veto di Cisl e Cigl Sacconi rallenta: "Ma la bozza ancora non c'è"

Dipendenti statali: il governo pensa a una <strong><a href="/a.pic1?ID=333098">riforma</a> </strong>per arrivare a 65 anni. Bonanni: &quot;Inammissibile decidere senza aprire prima un confronto&quot;. Epifani: &quot;Così le donne pagano tre volte&quot;. La Uil è pronta a discuterne. Sacconi: &quot;La bozza non è definitiva e non è ancora stata inviata&quot;

Roma - Il governo propone di mandare le dipendenti statali in pensione a 65 anni, con una riforma graduale che dovrebbe entrare a regime dal 2018. E' la risposta di Palazzo Chigi alla sentenza della Corte Ue che chiede all'Italia di parificare donne e uomini. Ma i sindacati non ci stanno. Ieri la Cgil aveva tuonato parlando di "inaccettabile accanimento contro le donne". Oggi interviene anche la Cisl bocciando la proposta del governo. "La Cisl non condivide la decisione di proporre un innalzamento, seppur graduale, dell’età pensionabile delle lavoratrici della pubblica amministrazione". L'ha dichiarato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. "Non siamo daccordo per ragioni di metodo e di merito. Per la Cisl è inammissibile che su un tema delicato come quello delle pensioni, il governo abbia deciso unilateralmente, senza aprire un confronto con il sindacato, come si è sempre fatto per tutti gli interventi sulla previdenza". Ma Sacconi frena: "La bozza non è stata ancora inviata".

Bonanni: "Così si torna indietro" "Quanto al merito - prosegue Bonanni - si tratta di una decisione sbagliata che ci riporta indietro negli anni, introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private. Il governo può contrastare la sentenza della Corte di Giustizia europea facendo presente che il regime pensionistico pubblico non è un regime professionale distinto da quello legale generale. Semmai, nel futuro, il problema potrebbe essere risolto reintroducendo meccanismi più flessibili di accesso al pensionamento, superando la distinzione fra pensione di anzianità e di vecchiaia, cosa che era già stata fatta con la legge Dini. Per una larga parte delle donne - ha concluso il segretario della Cisl - il pensionamento precoce è imposto da condizioni familiari, dalla cura dei figli e degli anziani. Si intervenga prima su questo, attraverso una politica di intervento che aumenti l’offerta degli asili nido e che sostenga l’attività di assistenza e di cura domiciliare degli anziani". 

Epifani: "Così le donne pagano tre volte" Innalzare l’età pensionabile alle donne "significa scaricare i costi della crisi due volte sui lavoratori e tre volte sulle donne lavoratrici". Questa la replica di Guglielmo Epifani. "Esprimo un dissenso forte nel merito e nel metodo - ha detto a margine dell’assemblea dei quadri lombardi della Cgil - il metodo non va bene perché è la prima volta che c’è un intervento sulle pensioni senza aprire un confronto coi sindacati. Non è mai accaduto in un Paese europeo. Il governo e il ministro portano la responsabilità di questa scelta". Il timore di Epifani è che "l’innalzamento dell’età pensionabile che per ora riguarda solo il settore pubblico nessuno esclude che venga esteso al privato". Il segretario della Cgil ha fatto notare che "già un anno e mezzo fa si era messo mano alle pensioni. Non si può cambiare la legge sulla previdenza ogni anno".

La Uil pronta a discutere "La Uil è pronta ad iniziare una discussione con il governo - che per inciso fino ad ora non c’è stata - per affrontare i problemi aperti dalla sentenza della corte di giustizia europea sull’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego". Lo ha detto il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti secondo il quale "si può utilmente raggiungere l’obiettivo indicato dalla Ue con un rafforzamento della scelta volontaria, peraltro prevista dalla nostra legislazione che già consente alle donne di rimanere al lavoro fino a 65 anni". Per la Uil è indispensabile - ha concluso Proietti - prevedere a livello legislativo una contestualità e una contemporaneità tra ogni ipotesi di intervento sull’età di pensionamento delle donne nel settore pubblico e la destinazione dei risparmi che eventualmente produrrebbe al miglioramento dei servizi di welfare familiare e al riequilibrio delle condizioni delle donne nel mercato del lavoro".

La retromarcia di Sacconi "Il governo non ha preso alcuna decisione in merito all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego e non presenterà alcun emendamento al ddl comunitaria in proposito". Ad affermarlo il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che ha smentito che l’esecutivo abbia inviato una bozza di riforma all’Unione europea. "Mi dispiace - ha continuato Sacconi - che si sia fatto tanto rumore per nulla. Da tempo è nota la sentenza della Corte di giustizia europea, che ci impone di definire un percorso di omologazione dei requisiti per l’età pensionabile di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego. Non è stato deciso nulla ci sono solo contatti con la commissione europea per vedere quale può essere lo spazio di decisione". Sacconi ha quindi ribadito che la sentenza "è limitata al pubblico impiego" e che c’è "il vincolo della sentenza stessa a fare qualcosa prima che scattino le infrazioni". Sui tempi, annunciando un incontro nei prossimi giorni con le parti sociali, il ministro ha chiarito che "la cosa va discussa prima in cdm".

Bonino: indispensabile innalzare l'età pensionabile "In Italia solo il 30% dei lavoratori ha una qualche forma di sussidio. Il governo Prodi ha avuto un lungo dibattito sulle pensioni, ha tolto lo scalone, e nel famoso protocollo di luglio si prevedeva una delega al governo di fare una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali entro il gennaio 2009. Il governo ha rinviato a luglio questa delega, e penso che la rinvierà ancora". Lo ha ricordato Emma Bonino, intervistata da Radio Radicale sulle misure di sostegno ai disoccupati e sulla riforma degli ammortizzatori sociali e delle pensioni.