«La riforma della previdenza non è nel programma »

Diliberto non voterà l’innalzamento dell’età pensionabile

da Roma

I Comunisti italiani non voteranno «nulla fuori dal programma». E quindi non daranno il loro assenso ad una nuova riforma previdenziale che comporti l’innalzamento dell’età pensionabile. Il compito di piantare il paletto dei «radicali» questa volta è toccato al leader del Pdci Oliviero Diliberto. Se martedì lo scontro sulle pensioni era stato innescato da un’intervista del ministro Vannino Chiti, alla quale era seguita una ferma replica del presidente della Camera Fausto Bertinotti, ieri è stato il segretario dei Ds Piero Fassino in persona a prendere le parti di chi nella maggioranza vorrebbe in qualche modo mettere mano alla previdenza, visto che il programma impone l’abolizione della riforma Maroni. «La Finanziaria - ha detto Fassino in un’intervista - innesca una politica che dovrà continuare con le riforme fondamentali di cui il Paese ha bisogno. Tornare ad affrontare il tema previdenziale, riforma già calendarizzata da un protocollo tra governo e sindacati».
Parole che, a giudizio di Diliberto, rivelano un disegno politico del quale il leader della Quercia fa parte. L’insistenza sulle pensioni, ha spiegato il leader del Pdci, «è la premessa programmatica per la costruzione del Partito Democratico e risente di poteri economici forti che cercano di suggerire la linea ad una parte dei Ds». Il progetto che Diliberto vuole contrapporre a quello del Pd è «la costruzione dell'unità a sinistra per contrastare questa offensiva dei moderati e dei potentati economici». Un eventuale voto contrario del Pdci sulle pensioni potrebbe minare alle fondamenta la maggioranza che regge il governo Prodi? Secondo Diliberto è vero il contrario. «Noi Comunisti italiani - ha annunciato - continueremo in un atteggiamento responsabile ma fermissimo sui contenuti. Siamo convinti che, per salvare il governo, sia necessario bloccare questa linea anti-sociale».
Oltre alle ragioni della politica, le differenze sulle pensioni riguardano anche il merito. E a ricordarlo è stato Maurizio Zipponi, ex sindacalista Cgil e responsabile Lavoro di Rifondazione comunista, che ieri ha preso di mira la riforma previdenziale del ’95, firmata da Lamberto Dini. Mentre l’ex presidente del Consiglio ed esponente della Margherita sollecitava il premier Romano Prodi a «scontentare» qualche volta il blocco Prc-Verdi-Pdci, Zipponi ha praticamente chiesto di mandare al macero la sua riforma. La Dini, secondo l’esponente del Prc, ha prodotto «la più grave rottura generazionale della storia della nostra Repubblica: con essa i figli stanno peggio dei padri». Perché? «Presto detto - risponde Zipponi - chi va in pensione con 35-40 anni di contributi, prima della riforma, dispone del 70-80 per cento dell’ultimo stipendio mentre i giovani, dopo la riforma, con 35-40 anni di contributi andranno in pensione con il 50 per cento, anzi con meno del 50 per cento dell’ultimo stipendio: una perdita netta di almeno 20 punti».
Per ripristinare la «giustizia generazionale», Zipponi ha annunciato che Rifondazione presenterà delle proposte che non potranno che andare in direzione opposta rispetto ai provvedimenti ai quali sta pensando il governo o a emendamenti alla Finanziaria, come quello della Rosa nel pugno annunciati ieri dal capogruppo Roberto Villetti e che mira a bloccare una finestra delle pensioni di anzianità.
Nel mirino della sinistra radicale non ci sono solo i Ds e Lamberto Dini. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano, dopo essere stato accusato dai Cobas di essere «amico dei padroni», ieri è stato bersagliato da Giorgio Cremaschi, leader della rete 28 aprile, la corrente più a sinistra della Cgil. «Non c’è spazio - ha avvertito - per quelle proposte di revisione del sistema pensionistico» alle quali sta lavorando il ministero del Lavoro e «che rientrano nell’operazione più generale che si chiama patto di produttività». Che a farle sia Damiano o il leader dei Ds Fassino o il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chiti, la cosa non cambia: «La nostra risposta sarà lo sciopero generale», ha assicurato Cremaschi.