La riforma può attendere

Senza vergogna: scaricare la crisi nella quale sta precipitando il Paese sull’attuale legge elettorale e pretenderne il cambiamento alla stregua di un’emergenza nazionale, non soltanto è ridicolo, ma è anche sintomo di mala fede. L’attuale normativa è senz’altro perfettibile in alcune sue parti. Ma ha svolto fino in fondo il suo dovere che, per l’essenziale, consiste nel designare una compagine cui affidare il governo del Paese.
A quanti sono stati colpiti da improvvisa amnesia sarà bene ricordare come sono andate le cose. È stato il corpo elettorale a decretare una situazione di pareggio; sono stati gli elettori con il loro voto a descrivere un Paese spaccato esattamente in due, con una lieve prevalenza del centrosinistra alla Camera dei Deputati e un più consistente vantaggio del centrodestra al Senato. In seguito, a causa di alcune imperfezioni di questa legge - il premio di maggioranza al Senato segmentato regionalmente, le modalità d’elezione dei rappresentanti degli italiani all’estero - e per gentile concessione dei senatori a vita, il risultato di pareggio si è trasformato in una vittoria di strettissima misura del centrosinistra che è stato così posto formalmente nella condizione di governare. La circostanza per la quale quella formalità si è tradotta in scelta politica non può, però, essere addebitata alla legge elettorale: sarebbe da falsari o, peggio, da vigliacchi. Berlusconi, infatti, il giorno dopo il verdetto delle urne offrì ai presunti vincitori un governo di tregua nazionale. Ma la proposta venne sdegnosamente rispedita al mittente.
Secondo logica e buon senso, dunque, i vincitori d’allora dovrebbero benedire quella legge e ancor di più le sue imperfezioni. Perché, nonostante non avessero i numeri, li ha messi nelle condizioni di formare un governo. Se poi hanno fallito mostrando tutta la fragilità della coalizione, la colpa è solo loro. Ed è patetico vederli ridotti ora a mendicare un supplemento di permanenza al potere al fine di modificare la legge che li ha beneficati.
Sia ben chiaro: nessuno ritiene che l’ordinamento elettorale approvato alla fine della scorsa legislatura appartenga al migliore dei mondi possibili e, per questo, nessuna persona di buon senso dovrebbe essere pregiudizialmente chiusa all’ipotesi di riformarlo. Ma, per farlo, sarebbero necessari degli interlocutori con le idee chiare, almeno sulla direzione di rotta da seguire. Dalle parti della sinistra, invece, si recita a soggetto; non si sa se di nuovi sistemi elettorali se ne voglia uno, nessuno o centomila e si finisce così per rappresentare contemporaneamente mille parti in commedia. Un segmento della coalizione di governo aderisce al referendum. Un altro individua nella soluzione esattamente opposta la via d’uscita e, per pudore, invece di chiamarla con il suo nome - ritorno al sistema proporzionale - l’ammanta dietro la formula «modello tedesco», sperando così di produrre un effetto meno retrò. Dal canto suo Veltroni, che di questa maggioranza dovrebbe divenire tra qualche giorno il leader più accreditato, si trincera dietro il «vorrei ma non posso». Facendo credere a giorni alterni che ciò che veramente vorrebbe è il referendum o il modello tedesco e raggiungendo l’unico effetto di chiarire che, in realtà, non può oggi avere né l’uno né l’altro. Vedremo se dopo il 14 ottobre qualcosa cambierà. Ma fino ad allora, per carità di patria, la sinistra della faccenda farebbe bene a non parlarne neppure.
In questo quadro, non aiuta a portare chiarezza il presidente di Confindustria Montezemolo che a Capri si è unito al coro, denunziando l’immoralità dell’andare a votare con questa legge. Ritiene, infatti, che i cittadini debbano poter scegliere e non si capisce se questo «diritto negato» si riferisca alla scelta del governo, alla reintroduzione delle preferenze o a entrambe le cose. Il fatto è che una richiesta così perentoria pecca per astrattezza e finisce per contraddire la posizione storica di Confindustria sul tema. A molti, infatti, compreso il sottoscritto, piacerebbe avere un sistema più compiutamente maggioritario così come gli industriali italiani da sempre domandano. Ma è un fatto che se oggi questo sistema dovesse essere abbandonato lo sarebbe a favore di una soluzione proporzionale per la quale la scelta del governo verrebbe strappata dalle mani dei cittadini e riconsegnata ai partiti e ai loro accordi. E per quanto concerne le preferenze, è veramente difficile chiederne la reintroduzione e, contemporaneamente, lagnarsi per i costi della politica, le spese folli delle campagne elettorali, il potere crescente di lobbies malavitose e no. Tutte cose che tornerebbero a fiorire con la reintroduzione delle preferenze ancien régime. Sicché, piuttosto, la rappresentatività delle candidature bisognerebbe ricercarla attraverso un rimpicciolimento dei collegi o garanzie formali per il processo di selezione interno ai partiti. Di questo, però, nessuno parla. Perché la legge elettorale oggi più che un problema è un alibi che serve a non voler prendere atto del fatto che questa legislatura è fallita. In certi casi solo le elezioni sono in grado di far sfogare le tensioni e far ripartire le istituzioni. E quando ciò accade, anche una riforma auspicabile può attendere, perché il meglio è sempre nemico del bene.
Gaetano Quagliariello