Una riforma tante falsità

La riforma costituzionale sarà uno dei temi principali della prossima campagna elettorale. Anzi, la sinistra già lo ha scelto come un elemento coagulante che le consente di superare le sue numerose e gravi divisioni e soprattutto attenua la sua necessità di presentare un programma dettagliato agli elettori. Il «no» alla riforma - espresso essenzialmente con insulti e prospettive apocalittiche - punta chiaramente a identificare la paura dell'ignoto (la riforma in sé) con il rigetto della riforma «voluta dalla Lega».
Come sempre, la strategia comunicativa della sinistra risulta spregiudicata ma efficace anche perché si presenta come un rovesciamento della realtà, e quindi come una contro-realtà organica e verosimile. Il primo elemento di questa strategia è, appunto, la presentazione della riforma come un cedimento al «ricatto» della Lega da parte delle altre forze del centrodestra. Il rovesciamento della realtà è duplice. In primo luogo la riforma costituzionale (non solo il federalismo e la devoluzione, ma anche il premierato, la fine del bicameralismo perfetto, l'adeguamento della Corte costituzionale al federalismo) era il nucleo principale del programma elettorale della Casa delle libertà nel 2001, condiviso quindi dai suoi partiti e approvato dagli elettori: perciò, niente «ricatto». In secondo luogo, l'unico pezzo di federalismo reale ed entrato in vigore è quello realizzato dal centrosinistra con la riforma parziale del titolo V della Costituzione, l'8 marzo 2001 con soli 4 voti di maggioranza: un federalismo che ha scatenato il contenzioso tra Stato e Regioni, che la riforma del centrodestra, invece, sana, prevedendo una distinzione precisa tra ciò che sul piano legislativo spetta allo Stato e ciò che spetta alle Regioni. Il centrodestra dovrà quindi fare uno sforzo considerevole per chiarire questi punti all’opinione pubblica. Soprattutto dovrà mettere bene in luce che la sua riforma non mette in pericolo «l'unità della Patria», non solo nella forma, ma soprattutto nella sostanza economico-sociale, in quanto responsabilizza gli Enti territoriali nella gestione delle risorse, cioè nel rapporto ricavi/impieghi: e bastano le inchieste di questo giornale per illustrare come, grazie alla riforma del centrosinistra, lo sperpero è, finora, garantito costituzionalmente. Quindi sarà opportuno tracciare fin da ora le linee del federalismo fiscale.
Altro punto essenziale della campagna referendaria del centrodestra, a favore della riforma approvata, dovrà essere la sua coerenza sui due aspetti essenziali della riforma stessa - il federalismo e il premierato - confrontata con l'incoerenza del centrosinistra che all'epoca della Bicamerale sosteneva gli stessi principi, ma che adesso li rifiuta e li demonizza in quanto attuati in modo pienamente legittimo dalla Cdl che, non toccando la Parte I della Costituzione, non mette in pericolo l'essenza liberale e democratica della Repubblica.
Soprattutto, il centrodestra dovrà mettere in luce la sua capacità di innovazione riformatrice che fa risaltare l'immobilismo e il conservatorismo propri del centrosinistra: se è vero che l'Italia deve cambiare e deve in particolare superare il gap istituzionale che la separa dai Paesi più avanzati, è il centrodestra che cerca di far progredire il sistema-Italia mentre il centrosinistra vuole che resti fermo, contravvenendo anche a ciò che pochi giorni fa ha ricordato il presidente Ciampi: chi resta fermo, di fatto arretra. Con il corollario che solo una vittoria del centrodestra alle politiche può garantire anche una conferma della riforma costituzionale per via referendaria e rimettere in corsa l'Italia.