Riforma tv, anche a sinistra va in onda il dissenso

nostro inviato a Saint Vincent
Non accenna a placarsi la bufera di critiche che ha travolto il provvedimento per il riassetto dell’emittenza radiotelevisiva, proposto dal ministro delle Telecomunicazioni, Paolo Gentiloni.
Anzi, ieri, tra i politici che sono sfilati a Saint Vincent per il convegno «L’Italia è divisa?», promosso dalla Fondazione Donat Cattin, il partito che contesta la correttezza del disegno di legge (che sembra fatto apposta per azzoppare Mediaset e mettere fuori gioco Silvio Berlusconi) è diventato trasversale. E ha unito, in un unico coro, esponenti della maggioranza e dell’opposizione che non hanno risparmiato critiche anche al presidente Giorgio Napolitano per il suo intervento sulla spinosa questione.
«Conoscendo gli italiani - ha esordito il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, facendo riferimento all’idea lanciata avant’ieri sempre qui in Val d'Aosta, dall’ex ministro Pisanu -, se ci sarà un referendum in cui si dice che due reti vengono messe da parte, vinceranno i contrari alla legge. Per questo dico alla mia maggioranza che ci vuole buonsenso». «Sui problemi televisivi - ha aggiunto il Guardasigilli - io mi sarei regolato diversamente, perché sarebbe ingiusto se alla fine restasse la terza rete, o un’altra, della Rai e fosse invece sacrificata una rete Mediaset. Io sarei dell’idea piuttosto di garantire il pluralismo ovunque, anche all’interno di Mediaset. Bisogna cioè garantire l’accesso a tutte le forze politiche nelle trasmissioni di informazione durante tutto l’anno». «D’altra parte - ha sottolineato Mastella - se alla Rai il pluralismo significa che noi dell’Udeur non ci siamo mai, allora c’è qualcosa che non va. Non ci possono essere sempre e solo la Margherita o altri partiti. Vogliamo capire». Dunque meglio il ritorno al manuale Cencelli? «Il Cencelli - dice Mastella - era una cultura, una filosofia di vita. Certamente era meglio di questa ipocrisia. Del resto perché mi debbo fare carico che in televisione possa andarci Marco Travaglio? Uno che è contro tutto il mondo? Va bene che ci sia Travaglio ma che ci siano anche altri travagliatori».
Perplessità sul provvedimento Gentiloni sono venute anche da Luciano Violante, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. «Se c’è un limite in questo disegno di legge - ammette Violante - è che non si affronta il problema della Rai. In Parlamento dovremmo dire al governo: presenti anche la proposta sulla Rai, e poi discuteremo insieme i due disegni di legge. Anche la Rai va cambiata. Bisognerà intervenire senza prevaricazioni, ma qualcosa bisognerà fare. Il modello Bbc non fa parte della nostra tradizione, ma se si potesse arrivare a qualcosa di simile, tanto di guadagnato. Comunque ci confronteremo con il centrodestra per fare in modo da avere un’informazione pubblica diversa».
Anche il capogruppo di An al Senato, Altero Matteoli, boccia il provvedimento sul riordino radiotelevisivo varato dal Consiglio dei ministri. «Non vedo il motivo per presentare adesso questa proposta. Ho l’impressione che lo abbiano fatto per distogliere l’attenzione sulla finanziaria e dare in pasto all’opinione pubblica un’altra cosa. Insomma, è un ddl fuori luogo, una specie di vendetta non solo contro un uomo e la sua famiglia ma anche contro i 27mila dipendenti che lavorano in quell’azienda. Prodi - è convinzione di Matteoli - ha voluto far parlare di qualcos’altro, viste le polemiche sulla finanziaria». L’ex ministro di An esprime invece riserve sull’ipotesi di un referendum. «Prima si deve affrontare il dibattito in Parlamento, dove il disegno di legge non avrà un cammino agevole. Se poi il provvedimento sarà approvato così com’è, allora si potrà pensare al referendum». Quanto a Napolitano, secondo Matteoli «ha esagerato. Fino ad oggi si è comportato in maniera equilibrata. In questa vicenda, invece, si è schierato un po' troppo».
Durissimo a Saint Vincent, anche il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni: «Sorprende che, di punto in bianco, si tiri fuori una proposta come questa. Dalla coalizione di governo dicono che vogliono cambiare in uno spirito bipartisan, ma non è così. È un gesto di arroganza, una forma di ricatto che viene teso al Parlamento. È un disegno di legge che non modernizza né aiuta la crescita. Non è stato proposto per facilitare un clima di dialogo ma semplicemente per picchiare». Una battuta anche sull’uscita del capo dello Stato: «Il riferimento di Napolitano a Ciampi contiene una dimenticanza: il fatto che dopo quell’intervento è stata approvata una legge, la legge Gasparri - ha ricordato Formigoni -. Insomma, l’intervento non tiene conto della legge già approvata dal Parlamento nella precedente legislatura. Napolitano, semmai, potrebbe dire che cosa pensa adesso».