Riforma tv, Gentiloni da Napolitano Ipotesi fiducia per blindare il testo

Dopo le critiche di Catricalà, audizione del Garante per le comunicazioni Calabrò

da Roma

Il travagliato iter del disegno di legge Gentiloni riprende il suo cammino. E dopo l’audizione di Antonio Catricalà, con il clamoroso «j’accuse» contro l’imposizione per legge del tetto pubblicitario per Mediaset, oggi toccherà al presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, prendere la parola.
Nessuna indiscrezione sul suo intervento. Dopo le accuse di scortesia istituzionale rivolte contro Catricalà, per aver formulato un duro giudizio sul ddl Gentiloni durante la trasmissione di Lucia Annunziata, il presidente dell’Agcom ha deciso di disertare un convegno sui nuovi assetti della comunicazione, scegliendo il silenzio.
Sullo sfondo continuano le manovre di Paolo Gentiloni per chiudere al più presto la partita del ddl «anti Mediaset». Ieri il ministro delle Comunicazioni è salito al Quirinale e ha sondato il terreno e gli umori del Colle in merito a una possibile accelerazione dell’iter. Non è escluso che l’Unione possa decidere di blindare il ddl attraverso l’imposizione del voto di fiducia. Una decisione che verrebbe motivata con la necessità di erigere una barriera contro le migliaia di emendamenti destinati inevitabilmente a piovere sul provvedimento. Ma che sfiderebbe le ire di Giorgio Napolitano, le cui perplessità sull’uso pressochè sistematico della fiducia sono note.
L’Unione, peraltro, decisa a stringere i tempi sul ddl Gentiloni, non vuole saperne della richiesta della Casa delle libertà di legare il provvedimento alla riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. «È fantascienza procedere a una legge di riordino del sistema senza parlare del futuro della Rai», commenta il responsabile Informazione di An, Alessio Butti. «Si pensa solo a dare una mazzata a Mediaset ma sulla Rai si preferisce glissare per non portare allo scoperto i veti che la sinistra radicale è pronta a far scattare».
Per il momento il ministro delle Comunicazioni si limita a dettare la più classica (e la più irrealizzabile) delle promesse: rendere la Rai autonoma dalla politica e mettere da parte «la logica dell’arrivano i nostri».
Il ministro, inoltre, deve anche fare i conti con i malumori interni al suo dicastero. I sindacati, Cgil compresa, sono infatti sul piede di guerra per «la mancata applicazione del contratto integrativo, per la situazione igienica allo sbando, la mancanza di fondi per lo svolgimento dell’attività istituzionale e la formazione professionale inesistente». Una situazione «non più sopportabile» rispetto alla quale i dipendenti promettono iniziative di protesta.