Riforma tv, l’Unione manda in onda i presidenti

La seconda carica dello Stato: servono regole nuove per un settore in trasformazione

Gianni Pennacchi

da Roma

Applicando la sperimentata regola che consiglia, quando si è squassati da tempeste intestine, di aprire un fronte esterno che ricompatti tutte le membra, ecco l’Unione lanciata sulla pista della riforma della riforma Gasparri. Tempestivo, il ministro Paolo Gentiloni. Col suo disegno di legge ha distolto e sopito tutti i mugugni e le critiche che dall’Udeur a Rifondazione stanno riducendo a colabrodo la manovra economica 2007. Così ieri, la maggioranza s’è ricompattata esaltando la proposta Gentiloni e sparando a zero sull’opposizione che difende la legge di riordino del sistema televisivo in vigore da due anni. Si son mobilitati anche i massimi vertici istituzionali, per questa crociata contro la Gasparri, come se lo scontro fosse immediato e ultimativo, pur se la scena parlamentare, sino al Natale, sarà occupata dalla finanziaria.
Ma è ugualmente impressionante la scesa in campo di Giorgio Napolitano, Franco Marini e Fausto Bertinotti, in barba al principio di garanzia che vorrebbe i presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera equidistanti. Invece, come se fosse in gioco la sopravvivenza del centrosinistra, a benedire la proposta Gentiloni è uscito scopertamente Bertinotti, poi Napolitano col suo usuale e coraggioso «dico e non dico», quindi Marini a benedire ma con la mano tesa alla Cdl. Il presidente della Camera, di buon mattino: «L’esigenza di una legge che introduca, anche di fronte a un grande passaggio tecnologico, una riorganizzazione del settore, in modo da renderlo coerente con gli altri Paesi europei, è un’esigenza giusta». Assicura che non vuole «entrare nel merito» Bertinotti, però sentenzia: «Mi pare evidente che stavamo in una situazione del tutto anomala».
Così Bertinotti, che si disinteressa financo del suo partito, che ormai si libra negli spazi siderali della cultura e della storia, interviene col rombo dei carristi. Il capo dello Stato invece, interviene col fumo di Londra (dove è in visita): «Nello svolgimento delle mie funzioni su questo tema ho le spalle coperte dal messaggio che qualche anno fa il presidente Ciampi inviò al Parlamento e disse quello che a mio avviso era giusto dire e che sarebbe del tutto giusto ripetere anche oggi nei termini generali sulla questione della libertà e del pluralismo dell'informazione»; e poiché è noto quanto Ciampi osteggiò la Gasparri, sino a rinviarla al Parlamento, il messaggio pur contorto del Quirinale è facilmente decifrabile. Poteva sottrarsi al richiamo la seconda carica dello Stato? Marini ha benedetto anch’egli, ma sdrammatizzando e invocando la cooperazione della Cdl: «Mi pare che si sia intervenuti per regolamentare un settore nel quale i grandi cambiamenti che viviamo impongono regole aggiornate e nuove. Del resto, è un disegno di legge, va in Parlamento, se ne può discutere, si possono trovare soluzioni migliori».
Con queste tre punte, nello squadrone finisce col fiorir di tutto. Il meno fantasioso è Piero Fassino, con un bronzeo commento che dà il ddl Gentiloni come cosa già fatta: «È una legge molto equilibrata, non punitiva, che ha come obiettivo quello di modernizzare il servizio televisivo». Sulla stessa onda è Enrico Boselli che trova quello di Gentiloni «un buon disegno di legge perché cerca di fare crescere il pluralismo nella informazione italiana, esattamente il contrario di quanto fatto da Gasparri». Ma dopo di loro la valanga, ecco Pecoraro Scanio tuonare che questa «è la risposta ad anni di soprusi», Roberto Villetti (Sdi) che irride allo sciopero della fame di Sandro Bondi e trova «più giusto se digiuna Berlusconi», Pino Sgobio (Pdci) che rilancia minacciando «dopo la riforma della Gasparri, quella del conflitto di interessi», Beppe Giulietti (Ds) che accusa Berlusconi di «urlare come un estremista da strada», Franco Monaco (Margherita) che proclama: «Le reazioni isteriche e il vittimismo prepotente del partito-azienda ci incoraggiano a procedere con fermezza».
In tanto can can, il competente ministro Vannino Chini annuncia che la «controriforma» Gentiloni partirà dal Senato: sì, dal ramo dove la maggioranza c’è e non c’è, vi pare una mossa intelligente? Però con Gentiloni a precisare che «a decidere quale rete Rai andrà al digitale, sarà l’azienda»: vuoi vedere che nel limbo digitale non ci finisce Telekabul ma il Tg2?