Riforma del voto, l’Udc teme di finire in trappola

Casini: "No al modello spagnolo che favorisce solo Ds e Forza Italia". Fassino: "Cercare un dialogo a partire dai criteri, non dai modelli"

Roma - Non ha tutti i torti, il leghista Calderoli, quando fa notare che «basta pronunciare la parola “bicamerale” perché tutti si mettano a ridere». E però ieri erano in molti, tra coloro che avevano ascoltato Prodi in Senato, a prevedere che più o meno là si andrà a parare.
La riforma elettorale e di assetto istituzionale, ha detto il premier (e prima di lui aveva detto ben chiaro il capo dello Stato) è la «priorità assoluta», visto che c’è il referendum che incombe e che quasi nessuno, neppure Berlusconi come si è visto in questa crisi lampo, ha voglia di tornare a votare con il pasticcio cucinato nella scorsa legislatura su insistenza dell’Udc. Che peraltro oggi rinnega anch’esso la sua creatura malnata. Certo, Prodi ha fatto capire che stavolta lui vuol essere della partita, che il cammino della riforma lo seguirà da vicino e proverà a guidarlo per evitare che gli si rivolti contro, come in precedenti esperienze bicameralesche. Il governo, dunque, «accompagnerà il Parlamento» in un compito che va svolto «in tempi rapidi», e che dovrà prevedere una «convergenza ampia». E alcuni paletti Prodi li ha indicati: la nuova legge elettorale deve consentire di scegliere «programma, coalizione, proposta di governo e premier». Sistema tedesco kaputt: e a giudicare dalle facce tetre dei centristi Udc, corteggiati fino a poche ore prima a colpi di «sistema tedesco» (senza vincolo di coalizione e premio di maggioranza) avanzate da D’Alema, i paletti di Prodi da quelle parti non sono piaciuti per niente. «Prodi deve chiarire, è sembrato riferirsi al modello del “sindaco d’Italia” che a noi non piace», avverte Cesa. Buttiglione si lamenta: «Prima ha aperto sulla legge elettorale, poi ha chiuso». E Casini, alla riunione dei senatori Udc ieri sera, è stato esplicito sulle sue preoccupazioni: «Se si ipotizza un sistema spagnolo, noi siamo fregati. I piccoli collegi sono fatti per Ds e Forza Italia».
Appunto, Ds e Forza Italia: il terrore dei partiti minori, a destra come a sinistra, è che l’accelerazione della riforma elettorale consolidi un asse tra i due principali partiti e i loro convergenti interessi. Berlusconi per ora fa pretattica, parla di «ritocchi minimi e sbarramento al 2%». Ma Tremonti, che boccia Prodi su tutta linea, ammette che del discorso «salvo solo la legge elettorale». E intanto, si fa notare da varie parti, Prodi ha già «tolto dal tavolo le mine peggiori per Berlusconi: conflitto d’interessi e legge Gentiloni». Proposta, quest’ultima, che i ds sono pronti senza patemi a dare per «morta», chiedendo uno stralcio della parte relativa al riassetto Rai.
Fassino sembra ben deciso a prendere in mano il pallino della partita. Ha convocato subito la segreteria spiegando che si deve «cercare il dialogo a partire dai criteri e non dai modelli», per «garantire l’alternanza, assicurare la stabilità di governo, ricostruire il rapporto tra elettori ed eletti». E già in casa ds c’è chi indica proprio Fassino, gran tessitore di dialoghi in questa crisi, come «il miglior candidato» a pilotare un eventuale «tavolo» di dialogo: «Piero - spiegano al Botteghino - non si è mai sbilanciato sui modelli (a differenza di D’Alema, ndr). È il ds di cui Prodi si fida di più, e con la Cdl ha aperto buoni canali. E di tavolo per le riforme parla dall’inizio della crisi...».