LA RIFORMA

Il Guardasigilli Angelino Alfano, intervistato dal «Giornale», svela per la prima volta nel dettaglio come cambierà l’ordinamento giudiziario. E avverte: «Noi andiamo avanti, metteremo alla prova chi vuole davvero il cambiamento. Veltroni è a un bivio»

nostra inviata a Firenze
«La riforma della giustizia va fatta, e penso ci siano i margini per un accordo se si mette al centro il rapporto tra cittadino e giustizia, cultura garantista e equilibrio dei poteri». Secondo Nicola Latorre, vice presidente dei senatori democratici, il Pd deve saper raccogliere la sfida e presentarsi all’appuntamento con la bozza Alfano con un proprio pacchetto di proposte condivise. Una cosa, avverte, deve essere chiara: «A fare la riforma deve essere il Parlamento, non la magistratura, l’avvocatura o gli imputati».
Cosa vuol dire, senatore Latorre, che la magistratura non deve condizionare il dibattito come è successo altre volte?
«Ci vuole un confronto costruttivo anche con i magistrati, come con gli avvocati. Ma se la politica deve evitare di usare la clava, deve anche respingere toni e minacce corporative».
Ma il Pd è in grado di fare proposte condivise e di dialogare?
«Sono convinto che saremo in grado di trovare una sintesi tra sensibilità anche diverse. D’altra parte anche nel campo del centrodestra ho sentito dire cose differenti. Lo scenario è ancora confuso, ma non c’è niente di sconvolgente: aspettiamo la bozza Alfano, e vedremo. È un tema doveroso da affrontare, che si trascina da 15 anni e ha segnato tutta la vicenda politica italiana, dividendo il Paese e mettendo in discussione garanzie ed equilibrio dei poteri».
Per colpa di chi?
«Anche per responsabilità della politica, perché favorire lo scontro sulla giustizia ha agevolato l’uso politico dello strumento giudiziario da parte di magistrati politicizzati e da parte di forze sia di sinistra che di destra. È ora di uscire da questa anomalia italiana, a partire da alcuni principi da condividere: l’autonomia del potere giudiziario non va messa in discussione. Ma deve esserci un principio di responsabilità: se un chirurgo mi rovina la vita con un’operazione sbagliata, paga. Perché un magistrato che mi rovina la vita per un suo errore o dolo non deve pagare? È una condizione necessaria proprio per preservare l’autonomia».
Separazione delle carriere sì o no?
«Non sono certo tra chi grida al regime se se ne parla. Penso solo che questi punti vadano esaminati alla luce della loro efficacia, non ideologicamente: se il pm può fare solo il pm e il giudice il giudice, la situazione migliora o non c’è il rischio che aumenti il corporativismo e l’impronta più poliziesca della magistratura d’accusa? Forse sarebbe più funzionale il contrario: obbligare alla rotazione, impedire che uno faccia il pm per più di 10 anni, dimenticandosi di essere anche un magistrato, improntato all’equilibrio e alla terzietà. Piuttosto, bisognerebbe evitare un eccesso di contiguità tra magistrati di primo e secondo grado: ogni livello di giudizio deve essere autonomo».
Ma il Pd è in grado di aprire un dialogo sulla giustizia, superando le proprie divisioni e sopportando la guerriglia che vi farebbe in casa Di Pietro?
«Credo che il Pd debba far tesoro della miglior cultura garantista della sinistra. Certo con Di Pietro c’è una distanza notevole: ed era una delle ragioni per cui ero contrario all’alleanza con l’Idv. Ma la riforma della giustizia non ha lo scopo di indebolire la lotta alla corruzione o di creare salvacondotti per chissà chi. Quindi non vedo perché dovrebbero spaventarci gli strepiti in materia».
E sul federalismo, dialogo o no?
«Il federalismo fiscale è il necessario compimento di una riforma avviata proprio da noi nel 2001. Ma il centrodestra non può usarla per scegliere chi è bello e dialogante o chi è brutto e centralista nel Pd. Così come sbaglierebbe chi nel Pd pensasse di usarla per dividere Berlusconi e la Lega. Niente rapporti privilegiati o giochi tattici per destabilizzare l’altro schieramento su riforme così importanti. Piuttosto, sarebbe ora che il governo ci dicesse qualcosa sul merito, perché non possiamo discutere di cose generiche. E il principio di partenza deve essere l’unità nazionale, e il diritto di tutti gli italiani, dal Nord al Sud, a servizi essenziali di pari livello».