Riforme, il Cavaliere tira dritto: "Dialogo per il bipolarismo"

Apprezzamento per la linea dura di Veltroni: &quot;Ma nell’Unione molti remano contro. Nessun nesso tra legge elettorale e ddl Gentiloni&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=234039">L'ultimo duello del leader del Pd con Prodi</a></strong>

Roma - Su come davvero finirà la lunga partita a scacchi sulla legge elettorale, Silvio Berlusconi ha poche certezze. Perché, è il ragionamento ripetuto in questi giorni ai suoi più stretti collaboratori, «come temevo fin dall’inizio, nel governo e nella maggioranza sono in molti a remare contro Veltroni» cercando di minare qualsiasi possibile intesa. Che, è dunque il timore dell’ex premier, rischia di naufragare o essere comunque «al ribasso». Tanto che Gaetano Quagliariello, uno dei principali sherpa azzurri al tavolo delle riforme, non nasconde la preoccupazione che «giunti alla stretta finale» ci si «rassegni a un ritorno al passato quando tipo e composizione dell’esecutivo erano determinati dopo il voto dai partiti». E dunque, scrive il senatore di Forza Italia su l’Occidentale, sulla legge elettorale è «meglio nessun accordo che un accordo munnezza».

Come a dire: o si trova un’intesa su una riforma che rafforzi il bipolarismo oppure è meglio il referendum. Anche perché, si leggeva ieri sul Mattinale (la nota quotidiana che da Palazzo Grazioli viene inviata ai parlamentari azzurri), «il Cavaliere resta l’unico a non temere nessun esito della vicenda, qualunque esso sia». Nel senso che il sistema che uscirebbe dai quesiti referendari è comunque nella direzione del bipolarismo. Una posizione di forza rispetto a Veltroni, che nella partita delle riforme sta invece investendo parte del suo futuro politico (basti pensare all’annus horribilis che passò Massimo D’Alema dopo il fallimento della Bicamerale) e del suo peso specifico all’interno del Pd.

Berlusconi, però, pur restando «alla finestra» in attesa che il sindaco di Roma trovi il bandolo della matassa, tutto vuole fuorché fornire un alibi a un eventuale fallimento della trattativa. Così, visto il can can seguito alle sue dichiarazioni a Neveazzurra sul ddl Gentiloni e d’intesa con Veltroni, a metà mattina decide di tirare decisamente il freno. E mentre domenica aveva lasciato a Bonaiuti il compito di smentire ogni nesso tra riforme e legge Gentiloni, sceglie di scendere in campo in prima persona. «La legge elettorale - fa sapere il Cavaliere - non c’entra niente con la Gentiloni. E non sono stato certo io a collegare due temi che sono e restano separati e distinti perché riguardano due piani diversi». E ancora: «Sulla Gentiloni ho risposto a una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre detto: l’impossibilità di una futura collaborazione con un governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia». Parole che Veltroni accoglie a stretto giro e con soddisfazione: «È la conferma della disponibilità a cercare una soluzione».

Che, in verità, non appare così a portata di mano. Anche perché, spiega il presidente dei Riformatori liberali Benedetto Della Vedova, «il vero problema della bozza Bianco è che basta un emendamento per rivoluzionarne il senso». Insomma, per dirla con le parole di Fabrizio Cicchitto, «è un po’ come il pongo...». E, dunque, è difficile prevedere dove si andrà a parare pur trovando un intesa iniziale sul testo da portare in Commissione. «È sufficiente inserire il recupero dei seggi su scala nazionale - spiega per esempio Della Vedova - per ritrovarsi un sistema elettorale persino più proporzionale del Mattarellum».

Di perplessità, dunque, ce n’è più d’una. Lenite in qualche modo dall’esito catastrofico del vertice dell’Unione di ieri sera, finito letteralmente agli stracci. Con la Cosa rossa implosa e Verdi, Pdci, Udeur e Sdi a rinfacciare al Pd di «preferire l’intesa con Berlusconi». La dimostrazione, spiega l’azzurro Osvaldo Napoli, che «non è certo il Cavaliere a sabotare il dialogo, ma tutti i piccoli partiti dell’Unione che fanno già rullare i tamburi di guerra». «Sono altri - ripete ai suoi l’ex premier nel corso della giornata - a voler mettere i bastoni fra le ruote...».

Ma il fatto che al vertice di maggioranza Veltroni abbia tenuta ferma la barra sulla bozza Bianco senza aprire alle modifiche che chiedevano i cosiddetti «nanetti» è comunque per l’ex premier un segnale positivo. «Sia noi che il Pd - confidava in serata ai suoi più stretti collaboratori - abbiamo già concesso molto. Ma non si può prescindere da una legge elettorale che dia la sicurezza di governare a chi prende il 35 per cento. Bene ha fatto Veltroni a tenere...». Considerazioni che trovano conferma nelle parole di Quagliariello.

«Prendiamo atto con soddisfazione - spiega a tarda sera il senatore azzurro - che il Pd ha retto contro i tentativi di stravolgere la bozza Bianco. Il nostro giudizio, però, lo esprimeremo solo dopo aver conosciuto con precisione i contenuti dell’ultima proposta che Bianco sottoporrà alla Commissione». Un piccolo passo avanti che ieri sera a cena Berlusconi ha messo sul tavolo dei consueti incontri del lunedì con Umberto Bossi. Che accompagnato a Arcore da Roberto Calderoli, Roberto Maroni e altri colonnelli leghisti, ha ribadito al Cavaliere - con tanto di memorandum scritto - la sua contrarietà al referendum.