Riforme graduali e lotta al terrore, l’agenda di Abdullah

Massimo Introvigne

La chiusura per due giorni delle rappresentanze diplomatiche americane in Arabia Saudita è il segnale di Condi Rice al nuovo re Abdullah che gli Usa si aspettano da lui una seria azione contro il terrorismo. Ma non è una mossa contro il re, che la Rice e Bush sono ben decisi a difendere contro chi lo accusa di essere un protettore di terroristi.
Per una lobby trasversale anti-saudita, che negli Usa va dal regista no global Michael Moore a neo-conservatori arrabbiati come Daniel Pipes, il wahhabismo, la corrente religiosa puritana dominante in Arabia Saudita e di cui Abdullah rimane il leader, ha generato con il suo fanatismo anti-moderno il fondamentalismo, poi anche l'ultra-fondamentalismo terrorista di Bin Laden, non a caso saudita, e continua ad alimentarlo. Solo sradicando il wahhabismo, cioè in concreto favorendo la caduta di Abdullah, si estirperanno le radici del terrorismo.
Ma la lobby anti-saudita ha torto, per tre diverse ragioni. Anzitutto, il cosiddetto wahhabismo (un termine sempre più contestato dagli specialisti, in quanto indica un plesso di correnti diverse) non è identico al fondamentalismo, di cui rappresenta al massimo un precursore. I wahhabiti sono più interessati alla morale individuale, specie sessuale, che alla politica, e tendono a rispettare i poteri costituiti e le monarchie ereditarie, a differenza dei fondamentalisti che invece si concentrano sugli aspetti politici e non esitano a proclamare che il sovrano che non rispetta la legge islamica deve essere rovesciato, se necessario con la violenza e il terrorismo. Se i Saud hanno stipulato negli anni ’60 un patto scellerato con il fondamentalismo - finanziandolo all'estero purché si tenesse lontano dall'Arabia Saudita - questo patto si è rotto negli anni ’90. Oggi il primo scopo dei fondamentalisti è rovesciare i Saud, e i terroristi suicidi colpiscono anche in territorio saudita.
In secondo luogo, il wahhabismo - che certamente lascia molto a desiderare in tema di diritti umani - non è né monolitico né irriformabile. Tra il 2004 e il 2005 è cominciata una cautissima apertura democratica, con la rimozione di duemila religiosi ultra-fondamentalisti ed elezioni comunali in 178 municipalità del Regno. Un ampio fronte riformista - che comprende minoranze religiose, democratici educati in Occidente e alcuni religiosi riformatori - vede nelle elezioni comunali il primo passo verso elezioni politiche. Abdullah guida appunto questo fronte riformista, che deve fare i conti con l'opposizione conservatrice dei potenti «Sudairi», i sei figli superstiti del re Ibn Saud - padre sia del defunto re Fahd sia di Abdullah - e della sua moglie favorita Hussa al Sudairi, mentre Abdullah è figlio di un'altra delle mogli di Ibn Saud.
In terzo luogo, chi vorrebbe che gli Stati Uniti favoriscano la caduta di Abdullah deve chiedersi quali sono le alternative. Realisticamente, Abdullah può cadere o per una congiura di palazzo dei Sudairi - che riporterebbe indietro di vent'anni l'orologio saudita, impedendo ogni riforma - o per una rivolta dei religiosi ultra-fondamentalisti, alcuni dei quali amici neppure troppo segreti di Bin Laden. Entrambe le soluzioni sono ben peggiori di Abdullah.
Certo, su Abdullah è giusto fare pressioni perché proceda con le riforme. La democrazia, se vince in Arabia Saudita, vince in tutto il mondo arabo. Ma può vincere solo molto gradualmente: di questo gradualismo, in mancanza di meglio, Abdullah è l'unico garante possibile.