Riforme impossibili dopo il no al referendum

Paolo Armaroli

La riforma costituzionale della Casa delle libertà non è stata confermata nel referendum del 25 e 26 giugno. Perciò è carta straccia. In democrazia la voce del popolo è la voce di Dio. Dunque, nessuna recriminazione. D’altra parte il risultato era ampiamente scontato. Perché il fronte del no non si è mobilitato nelle ultime settimane. No, ha bombardato la riforma per due anni e passa. E ora ne paghiamo le conseguenze. La riforma del titolo V della Costituzione approvata dal centrosinistra nel 2001 calcherà ancora chissà per quanto tempo la scena. Nonostante che i due relatori a Montecitorio di questo provvedimento, Soda (Ds) e Cerulli Irelli (Margherita), abbiano riconosciuto che è sbagliata nel metodo e nel merito. Una riforma che consente un federalismo a più velocità e pertanto attenta alla Repubblica una e indivisibile, che spensieratamente deferisce alla potestà concorrente delle regioni materie di fondamentale importanza nazionale e che ha inondato di ricorsi la Corte costituzionale.
Il fronte del no ha demonizzato il potere di scioglimento nelle mani del primo ministro, essenziale per tenere unite al loro interno due coalizioni che già lasciavano a desiderare per la loro scarsa omogeneità. E ora l’Unione piange lacrime di coccodrillo. Prodi, Parisi e compagnia cantante per darsi coraggio vanno dicendo che se il governo dovesse cadere si andrebbe dritto dritto a nuove elezioni. Così dovrebbe essere se la nostra democrazia fosse compiutamente maggioritaria. E invece i signor no l’hanno lasciata in mezzo al guado. Hanno confermato il vecchio sistema parlamentare che la riforma della Casa delle libertà intendeva ammodernare all’inglese. Con il bel risultato che le elezioni anticipate rischiano di essere un miraggio, dato che i ribaltoni sono là dietro l’angolo.
Negli ultimi giorni della campagna referendaria, temendo di buscarle, larga parte dell’Unione ha lasciato soli soletti al loro destino i conservatori incalliti alla Scalfaro e annunciato che se fossero prevalsi i no il processo riformistico non si sarebbe arrestato. Promesse da marinaio? Niente affatto, hanno replicato sdegnati lor signori. Tanto è vero che il programma del centrosinistra è prodigo di correttivi alla Costituzione. Ora, nell’antica Roma si diceva: guai ai vinti. Ma in democrazia vale l’esatto contrario: guai ai vincitori. Difatti costoro dovranno dimostrare che i loro programmi non sono parole al vento.
Dal momento che il ministro Chiti si sta dando un gran da fare, consulta questo e quello e promette mari e monti, l'abbiamo fatta grossa. Con la speranza che non lo venga a risapere il pm di Potenza Woodcock, altrimenti finiremmo in gattabuia. Nottetempo ci siamo introdotti nell'ufficio del sullodato ministro e abbiamo frugato nei cassetti. Finalmente siamo venuti in possesso di una cartelletta con su scritto «Riformette costituzionali: discorso sul metodo». Citare Cartesio, si capisce, fa sempre una bella figura. Ma dentro? Solo un foglietto con tanti punti interrogativi. Assemblea costituente? Convenzione aperta a parlamentari, sindacati, comunità locali, studiosi? Procedere con l’articolo 138, ma corretto in guisa tale per cui per le modifiche alla Costituzione occorrerà sempre la maggioranza dei due terzi dei componenti? A questo punto abbiamo capito che il povero ministro brancola nel buio. Nessuna traccia di mirabolanti disegni di legge costituzionale in quel cassetto. Solo il programma dell’Unione che promette riduzione dei parlamentari da subito, un Senato federale alla tedesca e altre facezie del genere. Totalmente irrealizzabili. Ma allora di che parlerà Chiti con i suoi interlocutori? Ma certo, delle condizioni del tempo. E intanto il bipolarismo andrà a carte quarantotto. Quando si dice il genio...
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