Riforme possibili Cosa può cambiare davvero

Se Monti riuscirà a cambiare la Rai, allora avrà veramente rivoltato l’Italia. Anzi passerà alla storia, perché in tanti si sono bruciati cercando di domare il cavallo di viale Mazzini. Infatti in Rai, dagli alti vertici ai portieri - che in questi anni hanno sentito proposte e minacce di tutti i generi - sono in pochi a saltare sulla sedia dopo le dichiarazioni fatte dal premier Monti a Fabio Fazio domenica sera a Che tempo che fa. «Sulla Rai mi dia qualche settimana e vedrà...», ha detto. Staremo proprio a vedere... si vocifera nei corridoi di viale Mazzini. Perché sono decenni che ci si sciacqua la bocca con la favola di sganciare la televisione di Stato dall’influenza politica, ma poi non si è mai fatto nulla. E, alla fine - si ragiona nelle stanze dei bottoni - lo scopo resta quello: cambiare le regole perché i nuovi padroni ci mettano le mani sopra. Immaginiamoci un amministratore delegato forte, nominato dal premier o da qualche altra carica: seppure fosse una personalità di comprovata professionalità, sarebbe pur sempre espressione della politica. Perché - anche se i termini della riforma della governance non sono ancora chiari - pare che nella mente di Monti e anche del Pd (di privatizzare non si parla proprio dato che tutti i partiti non vogliono mollare) ci sia la volontà di sostituire la figura del direttore generale con quella dell’amministratore delegato (come del resto accade in ogni azienda) e di diminuire il numero dei membri del consiglio di amministrazione: da nove come sono attualmente a cinque o addirittura a tre (nominati da Camera e Senato). Tradotto l’ad potrebbe nominare i dirigenti, assoldare i grandi personaggi dello spettacolo, varare programmi senza passare attraverso il cda.
Se così fosse, la prima persona a farne le spese sarebbe l’attuale direttore generale Lorenza Lei: a meno che non riesca a farsi nominare amministratore delegato, le sue funzioni sarebbero ridotte o modificate. E a cascata anche quelle dei vice direttori generali Marano e Comanducci. In consiglio in attesa di rielezione - e che si preoccupano dunque di restare fuori - sono in cinque (gli altri hanno già fatto due mandati): Gorla, De Laurentiis, Rositani, Van Straten e Verro. Il cda in carica scade il 28 marzo. E dunque o si vara la riforma prima di questa data, o si passa al commissariamento in attesa di una legge o si proroga l’attuale cda o se ne nomina uno nuovo con le vecchie regole. Già molti esponenti del Pdl hanno messo lo stop: la riforma è una materia di competenza del parlamento, ha detto Cicchitto, capogruppo Pdl. Lo ribadisce anche Antonio Verro, consigliere Rai di area centrodestra, e sottolinea che «l’importante sarebbe mettere persone capaci nei posti giusti perché le cose si fanno in due: se la politica bussa, dall’altra parte c’è chi si piega e chi non lo fa». Il consigliere di sinistra Nino Rizzo Nervo ribatte: «È prassi normale che il governo proponga e poi se ne discuta in Parlamento. L’importante è non trascinare in proroghe l’attuale cda che non ha certo dato prova di essere indipendente dalla politica. Quanto alla possibilità di una governance diversa, un cda meno affollato sarebbe meno pervaso da logiche spartitorie e per evitare troppa influenza partitica, bisognerebbe introdurre seri meccanismi di nomina: per fare un esempio impedire che ci sia scambio tra nomina parlamentare e consiliare».