Riforme, il premier inventa lo sbarramento a rate

da Roma

Un bipolarismo «sano», dice Romano Prodi, per garantire la governabilità. Ma non «coatto», precisa Vannino Chiti, per rafforzare la «democrazia dell’alternanza». Sul come arrivarci, però, le idee sembrano sempre vaghe. E il premier si preoccupa di far rinviare, di un anno o sine die, la raccolta di firme per il referendum elettorale. Dovrebbe partire il 24 aprile, il giorno dopo l’approdo alla Commissione Affari costituzionali della Camera (il 25 in Senato) della relazione del ministro per le Riforme sulle consultazioni, ben poco fruttuose, condotte da Palazzo Chigi fino a giovedì.
«Il referendum - dice Prodi -, che sta mettendo in fibrillazione molti partiti, è nato come un’ottima frusta per far correre il cavallo. A questo punto il cavallo sta correndo, ma se lo frustano sul naso il cavallo si ferma».
Quelli in ansia sono i partiti più piccoli, sia nell’Unione che nel centrodestra, dall’Udeur all’Udc, dalla Lega al Prc e si delineano alleanze difensive trasversali, come quella Mastella-Bossi. Spiega Prodi: «I partiti che hanno l’uno virgola qualcosa cercano di non scomparire». Per non allarmarli troppo, il premier lancia l’idea di fissare dei limiti progressivi, a rate. «Una possibile soluzione di buon senso potrebbe essere quella di adottare in partenza una soglia di sbarramento al 2 o 3 per cento, prefissando però per le elezioni successive un aumento di un punto, portandolo infine al 5 per cento a quelle dopo».
Proposta bocciata da Maurizio Ronconi dell’Udc, che considera una soglia del 5 per cento incompatibile con il premio di maggioranza. «A sinistra è stato contrabbandato un accordo che non c’è e che Prodi va invece alla ricerca di motivazioni per fare il referendum».
Di accordi veri, per ora non se ne vedono, né esiste una bozza-Chiti condivisa, tanto che il ministro continua a invocare «uno sforzo per trovare convergenze fra maggioranza e opposizione». Ma neppure all’interno dell’Unione c’è alcun punto fermo, solo tante posizioni diverse. «È la dialettica bellezza!», minimizza il premier.
Gli risponde Altero Matteoli di An: «Prodi ha l’acqua alla gola dovendo fare i conti con la sua maggioranza divisa e con vari esponenti, come Mastella e non solo, pronti a staccargli la spina. L’unica possibilità di ritoccare l’attuale legge elettorale in parlamento resta la pistola puntata del referendum». Isabella Bertolini di Fi attacca: «L’Unione è peggio di una torre di babele. E dimostra di non voler ascoltare l’appello del Quirinale, che ha di nuovo chiesto rapidità».
Il Comitato promotore respinge l’idea di Prodi di un rinvio e rilancia. Una nota di Giovanni Guzzetta, Mario Segni e Natale D’Amico, (Dl vicino ad Arturo Parisi) spiega che il processo non si fermerà neppure con un accordo, com’era stato promesso fino a Pasqua, ma solo dopo il varo della riforma. Per il radicale Daniele Capezzone la riforma non è un «cavallo» che corre, come dice Prodi, ma «un asino ragliante e scalciante». Dunque, non si vedono ragioni per fermare la raccolta delle firme. Gianfranco Rotondi della Dc per le Autonomie dice che «l’unica cosa seria è lasciare le cose come stanno, o meglio la via referendaria».
Chi esulta è Antonio Satta dell’Udeur: «L’appello di Prodi va nella giusta direzione». Il Dl Riccardo Villari avverte che il referendum rischia di impedire un «accordo meditato». Ma per Nello Formisano dell’Idv le proposte Ds-Dl non aiutano a risolvere il problema.