Riforme, Rifondazione abbatte Veltroni

Alta tensione nell’Unione in vista del vertice sulla legge
elettorale. Giordano: col sistema francese il Pd rischia di far cadere
il governo. Prodi svicola: la scelta spetta alle Camere. D’Alema: "Inutile ricominciare tutto da
capo&quot;. <a href="/a.pic1?ID=231724" target="_blank"><strong>Caldarola: &quot;Massimo? Vecchio scheletro attaccato al potere&quot;</strong></a>

da Roma

La tensione dentro l’Unione sale, giorno dopo giorno, in un’escalation continua sul cui esito finale è davvero difficile fare previsioni. L’ultima pietra dello scandalo, l’ultimo sasso lanciato nella cristalleria dei rapporti tra alleati sempre più in conflitto, è la «proposta Franceschini», ovvero l’idea-minaccia di promuovere a modello per la riforma istituzionale il semipresidenzialismo alla francese. Una sorta di bomba a orologeria fatta esplodere, subito dopo la pausa natalizia, sulla grande trattativa che assomiglia molto a una scorciatoia verso il referendum. I toni della polemica restano alti. Romano Prodi ribadisce che l’onere di scrivere la nuova legge elettorale spetta alle forze politiche e al Parlamento, spiega che «il governo crea solo il clima affinché ci possa essere l’intesa » e sottolinea che è importante «non buttare via il lavoro fatto».

Dopo la dura presa di posizione espressa giovedì, anche Massimo D’Alema torna a criticare l’uscita di Franceschini. «Si sta lavorando a una legge elettorale proporzionale con sbarramento e con correttivi. E su una riforma costituzionale che prevede il cancellierato e la sfiducia costruttiva». Dunque, ribadisce D’Alema, «non mi sembra utile ricominciare da capo». Ma la stoccata più dura arriva dal segretario di Rifondazione comunista che minaccia apertamente la crisi. «Noi siamo ancora aperti a un confronto. Lo è anche il Partito democratico, oppure si prende la responsabilità di far saltare tutto?», chiede Franco Giordano. «Noi non siamo d’accordo sul presidenzialismo e non siamo d’accordo con il doppio turno alla francese. Dal nostro punto di vista con queste proposte si passerebbe dal confronto al conflitto. Sorge il sospetto che questa proposta serva solo ad attendere passivamente il referendum. Così facendo, però, il Pd decide di aprire una tensione che si rifletterebbe sulla maggioranza di governo».

Quella della legge elettorale, peraltro, non è certo l’unica strettoia pericolosa che attende l’Unione nel prossimomese. Il governo si appresta, infatti, ad affrontare una road map disseminata di ostacoli alla ripresa dei lavori parlamentari. La prima tappa del calvario è fissata per l’8 gennaio, quando l’esecutivo si confronterà con le parti sociali sui salari. Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, giura che non ci saranno sconti: «Se entro gennaio l’esecutivo non avrà impresso un’andatura decisa al problema del potere d’acquisto dei salari, il sindacato reagirà con lo sciopero generale». Due giorni dopo, il 10 gennaio, l’Unione affronterà un altro appuntamento minato: il vertice sulla legge elettorale. Un summit che si annuncia decisivo per le sorti future del governo Prodi.

Il percorso a ostacoli dell’esecutivo continuerà il 22 o il 23 gennaio quando al Senato si discuterà della mozione di sfiducia personale contro Tommaso Padoa- Schioppa presentata dall’opposizione. Al ministro si imputa, alla luce del caso Speciale e Petroni, «la reiterazione di una condotta illegittima, che ha pochi precedenti nella storia d’Italia, confermata da due distinte sentenze giudiziarie, e ha di fatto annullato il prestigio e l’autorità morale necessari per ricoprire un incarico qual è il ruolo di ministro dell’Economia». A inizio febbraio, poi, l’ultima tappa: il voto sul rifinanziamento delle missioni, Afghanistan in primis. Un appuntamento su cui la sinistra radicale promette battaglia e rispetto al quale Massimo D’Alema lancia l’allarme. «Il rifinanziamento? Spero non succedano pasticci, servirà una riflessione seria».