Riforme senza la Cgil

Questa settimana, la riunione del direttivo della Cgil ha dimostrato con evidenza la situazione di difficoltà in cui si trova il più grande sindacato italiano. Guglielmo Epifani voleva usare l'occasione per stigmatizzare gli esponenti della sua confederazione che avevano sfilato sotto parole d'ordine come «Damiano amico dei padroni» (il ministro del Lavoro, tra l'altro, è un ex dirigente della Fiom Cgil) in un corteo contro il precariato e avevano, sia pure verbalmente, sostenuto lo sciopero dei Cobas (gli ultraestremisti comitati di base) contro il governo. La mozione del segretario ha preso 63 voti su 100, i «ribelli» sgridati (che dirigono la più grossa categoria industriale, la Fiom) si sono permessi il lusso di astenersi. Della «maggioranza» di Epifani fanno parte leader sindacali come il capo del pubblico impiego Carlo Podda che non sono andati alla manifestazione dei Cobas anti Damiano solo perché scongiurati dalla segreteria Cgil. Questo è il quadro di quel che succede nella confederazione che fu di Giuseppe Di Vittorio. Epifani è come l'ufficiale russo della barzelletta: quello che cattura un milione di cinesi e quando gli chiedono di trasferire i suoi prigionieri, risponde: «Non posso, non mi lasciano venire».
Il caos nella Cgil spiega bene anche il segno sotto il quale si aprirà la cosiddetta fase due del governo Prodi: nessuno degli obiettivi proclamati dall'ala «riformista» (riforma delle pensioni, razionalizzazione dell'amministrazione pubblica, incremento della produttività di lavoro e ricerca) può essere perseguito dalla traballante maggioranza di centrosinistra senza il pieno sostegno della Cgil. Ma questa Cgil non è in grado di fare da sponda a nessun processo di riforma: in ogni situazione il sindacato di Epifani per le sue dinamiche interne non può non sostenere linee ultracorporative. Può appoggiare solo false soluzioni: una riforma delle pensioni svuotata dall'estensione senza limiti della valutazione del carattere logorante del lavoro (c'è chi afferma che anche le maestre d'asilo fanno un lavoro logorante), la strenua difesa di ogni posizione di potere corporativo nella pubblica amministrazione, nel lavoro di ricerca, nel sistema contrattuale.
Qualcuno conta sull'improvviso mettersi in movimento di Piero Fassino. Non si è ancora capito che Fassino è il maggiore «chiuditore-di-stalle-dopo-che-i-buoi-sono-già-scappati» vivente (negli ultimi tempi si è persino accorto che Prodi sta mettendo le sue mani su tutto il sistema bancario). La battaglia perché nel sindacato prevalesse una linea riformista (pur rappresentata in settori della Cgil, dai tessili ai chimici) andava fatta qualche anno fa. Oggi potrebbe dare qualche risultato solo a medio termine. E nel frattempo Fabio Mussi, d'intesa con la vera maggioranza della Cgil, potrebbe portarsi via un bel pezzo di sindacato, partito (ed elettorato). Qualche pensierino autocritico, magari, se lo dovrebbe fare anche Confindustria che aveva dato tante avventurose aperture di credito agli uomini di Epifani: aperture servite solo a umiliare i sindacati più riformisti come Cisl e Uil.
È evidente come l'Italia abbia bisogno di riforme. Ma oggi queste possono essere fatte solo se si fa cadere un governo cigielle-centrico come quello prodiano. E mentre l'Italia potrà fare la sua opportuna trasformazione e mentre si darà alla maggioranza della società che vuole cambiare la possibilità di esprimere la rotta per l'avvenire del Paese, nella confederazione che fu guidata da un riformista (sia pure un po' azzoppato dai legami con il Pci) come Luciano Lama si dovrà aprire un aspro dibattito.