Riforme, Veltroni costretto al dietrofront

L’Unione accelera su un modello «simil-tedesco» e il futuro leader del Pd, si adegua. Alla Camera Violante corteggia An, Udc e Lega

da Roma

Il cammino tormentato della Finanziaria deve ancora iniziare, ma l’Unione già guarda oltre. A quella madre di tutte le guerre che si chiama legge elettorale: la bomba a tempo del referendum obbliga a fare presto. E prima di rischiarne l’esplosione, si tenterà di disinnescarla.
A Montecitorio, sotto l’accorta regia del presidente della commissione Affari costituzionali Luciano Violante, si sta provando ad accelerare. E quel netto «stop» a una frettolosa intesa sul modello tedesco che Walter Veltroni aveva confermato sabato scorso, davanti ad una platea di referendari convinti, ora sembra già superato.
Una cosa è chiara, ai capi della maggioranza: non può essere il Senato (cui la pratica era stata affidata con voto bipartisan) a sbrogliare la matassa. «Per ragioni di tempo, di condizioni e di numeri», spiegano ai piani alti dell’Ulivo di Montecitorio: «Il Senato è una palude da cui bisogna uscire, e se vogliamo evitare di scontrarci con il referendum l’unica finestra possibile per intervenire è oggi, alla Camera». Palazzo Madama, nelle prossime settimane, sarà paralizzato dall’esame della Finanziaria. E in quell’aula, nell’Ulivo e dintorni c’è una nutrita pattuglia di maggioritari convinti che, assicura il costituzionalista (e sponsor del referendum, nonchè consigliere veltroniano) Stefano Ceccanti, «non farebbero mai passare un proporzionale tedesco».
Ma come soffiare il dossier al Senato e alla sua commissione, presieduta dal dl Enzo Bianco, che già annuncia una sua «bozza» di legge elettorale per il prossimo 20 ottobre? È a questo che Violante (con l’avallo di Fassino, Rutelli, D’Alema e anche del presidente del Senato Marini) sta lavorando: il cammino della sua bozza di riforma costituzionale sta marciando a tappe forzate. Taglio dei parlamentari e Senato federale sono già stati votati, in settimana si esaminerà il resto. Ulivo e Rifondazione sono decisi. La Lega è pienamente della partita, e otterrà ampie soddisfazioni sulle competenze del Senato. L’Udc collabora pienamente. E An (non a caso Violante ha nominato relatore Italo Bocchino) non sta facendo alcun ostruzionismo: ad opporsi all’accelerazione è solo Forza Italia. Che ha capito le intenzioni violantiane: chiudere in settimana le votazioni, mandando in aula il testo entro il 22 ottobre. A quel punto, con il Senato immerso nei meandri della sessione di bilancio, sarà un gioco facile dirsi pronti ad affrontare anche il capitolo elettorale. Su quel modello simil-tedesco sul quale, spiega il ministro Chiti, può esserci «una larga convergenza». E il no di Veltroni? «Davanti al fatto compiuto cambierà idea anche lui», confidava nei giorni scorsi Violante ad alcuni colleghi.
E infatti ieri è arrivata l’intervista del numero due veltroniano, Dario Franceschini, che apre a un «tedesco corretto»: «È indispensabile che l’alleanza si dichiari prima delle elezioni», spiega, altrimenti «si tornerebbe indietro alla stagione delle “mani libere”». I prodiani hanno subito ironizzato, sottolineando che «i veltroniani sostengono idee opposte a quelle di Veltroni». Ma dalle parti del sindaco assicurano che l’intervista era «concordata parola per parola», e spiegano: «Walter non può star fuori dalla partita, se si mette in moto: tutto il Pd preme per questa accelerazione, e con la clausola che premier e alleanze si designano prima del voto, lui ci sta». In serata, è Veltroni stesso a confermare: è «assolutamente necessario» fare le riforme prima di tornare alle urne, e «se siamo tutti d’accordo, facciamole».