Il riformismo farsa del Botteghino

Alla prima partita decisiva per vincere il campionato, la squadra perde 4 a 0. Di più. I suoi giocatori comunicano di andarsene. Non si sa se cambieranno squadra, ma - a quanto pare - pur di non rimanere a giocare partite dall’esito scontato, sono disposti a non scendere più in campo.
La similitudine tra i «professori del riformismo diessino» ed i giocatori di una squadra di calcio che ha vagheggiato sogni di gloria per qualche tempo e, di fronte alla cruda realtà di cominciare a subire sconfitte dentro e fuori casa, comincia a scomporsi ed a perdere pericolosamente la bussola, mi riesce fin troppo facile.
Non so dire se questa squadra rischia, ora, di finire in Serie B, ma chi si intende di calcio sa che la delusione, le difficoltà nello spogliatoio, l’allenatore che non riesce più a dare il comando giusto e, soprattutto, a fare rispettare lo stesso comando, sono i peggiori segnali per la tenuta di una squadra nell’intero campionato.
Che fosse una squadra costruita sul falso storico, sulla mistificazione ideologica, sul difetto di cultura dei suoi dirigenti, sulla educazione alla pratica catto-comunista di berlingueriana memoria (l’esatto contrario di ciò che serve ad una compagine laico-riformista), lo sapevamo.
Che naturalmente, il problema non fosse mai stato quello della qualità della «proposta riformista» che «i professori» sarebbero stati in grado di formulare, rispetto alle reali esigenze di progresso, di sviluppo economico e di equità del Paese, si intuiva.
Il problema non è mai stato la mancanza di risorse intellettuali per la formulazione di un programma coerente con una impostazione riformista; i «professori» sono tutte persone di grande qualità e con un percorso politico alle spalle abbastanza coerente. Si potrebbe obiettare che avrebbero potuto suggerire una linea più attenta alla garanzia delle libertà individuali e dei diritti civili, una più incisiva volontà di ripristino del primato della «Politica» rispetto al resto dei «poteri istituzionali», ma tant’è.
Il problema vero è sempre stato il gruppo dirigente che questa politica avrebbe dovuto affermare nel Paese. La sua capacità di resistenza rispetto alle spinte conservatrici del massimalismo di sinistra; del sindacalismo che, contemporaneamente, vuole essere cinghia di trasmissione, difensore degli interessi che ha sempre garantito, titolare unico della protesta di piazza e, all’occorrenza, puntello dei governi che gli fanno simpatia.
Di fronte alla necessità di «riformare la scala mobile» per garantire il rientro dall’inflazione, ottenendo il duplice risultato di risanare l’economia e stabilizzare il potere di acquisto dei salari, il «riformismo socialista» non si creò il problema della rottura sindacale, della crisi dei «rapporti a sinistra», insomma, di tutte le sciagure paventate dal catastrofismo cattocomunista del tempo: fece quello che andava fatto. Fece la riforma, la difese contro l’ottusa opposizione dei suoi denigratori, rischiò ma fu capito dal Paese. E vinse.
Naturalmente, per fare cose simili bisogna sentirsi coerenti con le proprie idee; bisogna sentirsi protagonisti del progetto che si porta avanti; bisogna, anzi, sentire di averne la leadership.
Non si può rimanere alla finestra aspettando che qualcuno si convinca ad avviare la «Fase due» (ammesso e non concesso che questa seconda fase non sia una trovata propagandistica e la si voglia, davvero, avviare): si difendono le idee ed i programmi maturati e condivisi con i professori (ai quali non si può dare l’impressione di voler fare un passo avanti e due indietro) contro le resistenze dei futuri alleati del costituendo Pd, contro quelle di chi comunista si definisce ancora oggi, contro il fondamentalismo ecologista e l’ignoranza giustizialista.
Altrimenti si metta fine a questa fiction. Non è indispensabile essere riformisti per fare politica. Riesce molto meglio farla quando si rimane coerenti con la propria formazione, e, se in essa c’è Gramsci e Berlinguer, e non Turati, Saragat, Craxi, difficilmente i neo-riformisti postcomunisti troveranno la convinzione e la forza politica e morale per andare avanti sul piano delle riforme necessarie al Paese, alla democrazia, ai lavoratori che dicono di difendere ancora.
Pazienza. Non si sono mai voluti chiamare «socialisti», si rassegnino, almeno per la durata della loro generazione politica, a non farsi chiamare neppure «riformisti».
Ammettano con onestà che le partite vinte dalla «nuova squadra dei riformisti diessini» sono state frutto della buona sorte. O della capacità che hanno avuto di truccarle.
*Parlamentare
di Forza Italia