Il riformismo in stile Moratti

Qualche riflessione sul voto di Milano è utile, dopo quelle a caldo, anche per contribuire alle più ampie discussioni aperte sulle evoluzioni del centrodestra e del centrosinistra italiani.
L'ampia vittoria della Moratti, cinque punti su Bruno Ferrante, uno scarto superiore a quello tra Roberto Formigoni e Riccardo Sarfatti solo un anno fa, è stata meno facile di quello che sembra. Nel centrodestra c'era una certa demoralizzazione sia nell'elettorato popolare sia in quello moderato: l'esito delle politiche del 9 e 10 aprile alimentava questa tendenza e i risultati si sono visti nella partecipazione elettorale sotto il 70 per cento.
C'era stata anche qualche incertezza nei rapporti tra la Moratti e l'uscente Gabriele Albertini, corretta a fondo solo negli ultimi giorni di campagna, che lasciava spazio all'avversario di giocare sull'ambiguità tra continuità e discontinuità del candidato del centrodestra.
Infine Albertini, seguendo opportunamente la propria ispirazione liberale, non aveva costruito nessun tipo di blocco di potere urbano come quelli che hanno fatto volare i sindaci di Napoli, Roma e Torino. Non è un mistero che gli ambienti vicini a Giovanni Bazoli avessero cercato di candidare prima Ferruccio de Bortoli, poi Filippo Penati. A questo avevano risposto ambienti vicini a Salvatore Ligresti che prima sostenendo Umberto Veronesi, poi, anche per bloccare Penati, Ferrante. Insomma la Moratti non godeva di assi finanziar-immobiliar-editoriali come quelli propiziatori dei successi dei Veltroni e dei Chiamparino. Basta esaminare l'atteggiamento cauto del Corriere della Sera, che nell'occasione non si è esibito in nessun endorsement, per capirlo.
Questi sono i motivi per cui il successo di Letizia Moratti vale molto di più anche del già largo vantaggio ottenuto. Senza dubbio al risultato ha contribuito lo stato del centrosinistra milanese: dove gli elementi radicali prevalgono su quelli riformisti in ogni comparto dello schieramento. Tra i diessini: dove, al contrario che in Provincia o nella Cgil, domina un certo populismo senza cultura o un movimentismo senza programma. Non è un caso che non c'è neanche un ex esponente del Psi o dello Psdi eletto nelle varie liste di centrosinistra. Ma anche tra i cattolici che nella Margherita continuano a dare un ruolo dirigente a un giustizialista come Nando Dalla Chiesa e che preferiscono comunque premiare elementi legati a un fondamentalismo dossettiano piuttosto che riformisti. Ma la sindrome estremista riguarda anche gli esponenti della borghesia milanese collocati nel centrosinistra: non solo tanti girotondin-giustizialisti, ma anche tanti «borghesi» che intendono il loro schierarsi a sinistra non una scelta liberal, legata a una certa interpretazione del proprio ruolo sociale, ma un atto di espiazione per il proprio provenire dalle file dei «padroni», dei ricchi: tanto è vero che non si ribellano alle stupidaggini terminologiche usate da Ferrante contro Letizia Moratti.
Certo, dunque, il centro sinistra ha dato il suo contributo alla vittoria morattiana. Ma non sarebbe bastato se non avessero agito altri due fattori. Da una parte l'affermazione di Forza Italia: è l'unico caso in cui questo partito cresce mentre scende il numero degli elettori. Il che è dovuto in parte rilevante al legame che Silvio Berlusconi ha con la città ma anche al ruolo che ha giocato un politico prezioso come Maurizio Lupi.
Infine, ma non per importanza, l'emergere del profilo di Letizia Moratti: questa volta il candidato del centrodestra non godeva più di nessuna onda lunga, doveva dimostrare alla città di essere all'altezza dell'incarico. La Moratti ha vinto anche perché ha parlato all'anima dei milanesi, esibendo un profilo riformista che è una sintesi di tre grandi tradizioni cittadine: quella della borghesia liberale, che alla fine dell'Ottocento ha fatto grande Milano per opere civili e sociali, quella del solidarismo cattolico cioè della sussidiarietà che mette davanti comunità e persona al potere dello Stato, e l'anima modernizzatrice che fu dei socialisti negli anni Ottanta e con cui la Moratti aveva imparato a dialogare quando fu presidente della Federazione del terziario avanzato.
Non ha senso tradurre in puri termini di schieramento il successo morattiano e del centrodestra. Giustamente il nuovo sindaco, in piena coerenza con il predecessore, ha annunciato che svolgerà il suo compito con un profilo pienamente istituzionale. Però le doti «riformiste» che ha dimostrato in campagna elettorale chiedono di essere sostenute, oltre che da sacrosante scelte superpartes, anche da una cultura politica, che, pure aperta al dialogo con l'opposizione e le forze sociali, sia strutturata. Se un limite ha avuto Albertini, è stato proprio quello di non poter contare su questo supporto. Certo, in parte, c'è il ruolo dei partiti del centrodestra. Ma progettare il futuro di Milano richiede qualcosa di più. Aiutare la Moratti a dotarsi di strumenti di elaborazione culturale, è un modo per il centrodestra di aiutare se stesso. Anche nazionalmente.