Riformisti e quarantenni tutti contro Bersani succube della Cgil

Un coro di no allo sciopero generale da parte dei giovani democratici che non capiscono la difesa di posto fisso e pensioni 

Se Luciano Lama, il grande leader riformista della Cgil, tornasse su questa terra, non si prenderebbe soltanto i fischi, gli insulti e i sampietrini dei centri sociali, come gli era capitato nel ’77 all’Università di Roma, ma anche quelli di un bel pezzo del suo sindacato e del suo partito. Lama credeva alla causa dei lavoratori, all’equità e alla giustizia sociale quanto e più di Susanna Camusso: ma, diversamente dalla leader della Cgil, non avrebbe mai indetto uno sciopero generale in un momento come questo.

Di fronte alla gravissima crisi economica della metà degli anni ’70, la Cgil fu in prima fila nel garantire la coesione e la pace sociale: non perché Lama fosse un frate francescano o un reazionario opportunista, ma perché era convinto che lo sfascio dell’Italia, della sua economia e dei suoi conti pubblici, sarebbe stato una catastrofe prima di tutto per i lavoratori. I ricchi, del resto, si salvano sempre.
Da allora sembra passato un secolo. La Cgil della Seconda repubblica - quella di Cofferati, Epifani e Camusso - si è progressivamente caratterizzata come il «partito del no», indipendentemente dall’inquilino di Palazzo Chigi. Nell’orizzonte strategico del maggior sindacato italiano e nella cultura antagonista e radicale che è venuto costruendo, c’è posto soltanto per alcuni lavoratori (i dipendenti a tempo indeterminato) e per i pensionati. Tutti gli altri - che sono poi la stragrande maggioranza di chi ha meno di 50 anni - non soltanto sono esclusi da ogni rappresentanza, ma diventano le vittime designate di un consolidato sistema di trincee.

Nella difesa a oltranza dei diritti acquisiti di una parte dei lavoratori, la Cgil ha schierato nel corso degli anni tutto il suo peso contro quell’altra metà del mondo del lavoro che non ha, e presumibilmente non avrà mai, un contratto a tempo indeterminato. E a chi ha proposto, anche a sinistra, una liberalizzazione almeno parziale del mercato del lavoro, la Cgil ha sempre risposto chiedendo che tutti i «precari» siano assunti.
Il fatto è che questa linea, giusta o sbagliata che sia, non può essere la linea del Pd. Un partito riformista che si candida a occupare Palazzo Chigi non può seriamente pensare di governare l’Italia con le ricette della Fiom (sulle cui posizioni radicali la Cgil si è ulteriormente schiacciata nell’ultimo anno).

Ma non può neanche nascondersi dietro una presunta neutralità, come sembra intenzionato a fare Pier Luigi Bersani distinguendo fra le «strategie sindacali» e quelle di partito. Il segretario è molto preoccupato, perché nello sciopero generale del 6 settembre più che una tappa dell’eroica lotta a Berlusconi vede la dissoluzione dell’unità sindacale, faticosamente raggiunta a giugno con l’accordo sui contratti, e l’aprirsi di un serio problema con l’Udc di Casini. Dall’altro lato, Vendola e Di Pietro si sono già dichiarati favorevoli allo sciopero, e sfileranno con la Cgil: ancora una volta, dunque, il Pd si trova stretto nella tenaglia che da anni lo tiene in ostaggio, sfibrandolo.

È così cominciato il balletto delle quasi-adesioni, dei contorcimenti, dei distinguo e, naturalmente, delle polemiche. Per Beppe Fioroni, leader degli ex popolari, scioperare è «irresponsabile»; ma Stefano Fassina, responsabile economico del partito, s’è prodotto in un capolavoro di gesuitismo destinato a scontentare tutti: il «punto politico», sostiene Fassina, è «lavorare per l’unità contro i sabotaggi del governo», e «forse lo sciopero non è lo strumento più efficace». Forse. Perché, nel dubbio, Fassina assicura che «saremo in piazza con i lavoratori». E poi ci sono gli altri quarantenni, quelli che si sentono i leader del futuro prossimo, e non vogliono un Pd di metalmeccanici.

Il «punto», a dispetto di quanto sostiene il responsabile economico del Pd, è invece che cosa si intenda per «lavoratori»: tutti quanti o soltanto quelli tutelati dalla Cgil? Mercoledì scorso la Camusso, camicia blu con maniche rimboccate e cappellino rosso in testa, ha arringato la folla di piazza Navona sparando ad alzo zero contro la manovra, che è «sbagliata e bugiarda», «vuole cambiare l’anima del nostro Paese e introduce la libertà di licenziamento». Non è la prima volta che la Cgil chiama alla guerra santa contro le riforme. Ma sarebbe ben strano se in questa guerra si arruolasse anche un grande partito riformista come il Pd sostiene di essere.