Rifugiati da 3 anni all’ex scalo di Porta Romana

La maggior parte arriva da Eritrea ed Egitto. Nel gruppo pochi i clandestini

Sahsa è appena maggiorenne, ma ha già visto quasi tutto. Viene dal Darfur, pezzo di Sudan martoriato dalla guerra. È venuto in Italia per sfuggire alla violenza. E a Milano, nel cuore della città, ha trovato un lembo di Africa. Niente a che vedere con la Savana, i grandi animali, la natura incontaminata che a tutti i viaggiatori resta per sempre nel cuore. Nella metropoli, il Continente nero è un vecchio scalo ferroviario ormai dismesso, immensi capannoni fatiscenti e giganteschi cumuli di spazzatura.
Siamo allo scalo di Porta Romana, piazzale Lodi. Qui passa la circonvallazione che ogni giorno è attraversata da migliaia di macchine. Sorgono negozi, palazzi, uffici e servizi di ogni genere. Siamo in Italia, a Milano, capitale economica del Paese. Ma basta varcare un cancello grigio, che interrompe un grande muro di cinta, per entrare in un’altra dimensione. Sconosciuta alla maggior parte dei cittadini. Con la sola eccezione di un anziano custode che presta servizio allo scalo, area di proprietà delle Ferrovie dello Stato. «Non entrate - avverte con aria ansiosa -, lì succede di tutto. Se lo fate è a vostro esclusivo rischio e pericolo».
L’area è immensa e completamente abbandonata. I binari sono inutilizzati da anni, come gli hangar con il tetto spiovente. Ed è lì che, da circa tre anni, duecento extracomunitari vivono indisturbati. Sono quasi tutti rifugiati politici. Anche se non manca qualche clandestino che si mimetizza nel gruppo. Sono tutti africani: vengono da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan ed Egitto, per la maggior parte. Nessuno di loro lavora. «Non riusciamo a trovare nulla - racconta in un italiano stentato Rousseau, nigeriano -. Ci siamo rivolti alle agenzie di lavoro interinale, ma non abbiamo trovato niente». In compenso, sono ben organizzati. Hanno diviso lo spazio interno degli hangar - provvisti anche di corrente elettrica - in tante piccole stanze con muri di lamiera o cartone. Hanno letti, tavoli, sedie, fornelli, televisione e persino antenne paraboliche. Utilizzano due hangar per dormire, un terzo per accumulare montagne di rifiuti maleodoranti. Che la fanno da padroni anche all’esterno, fra i binari morti.
L’acqua potabile manca del tutto, ma fra i cespugli i rifugiati politici hanno creato una toilette, con tanto di doccia nascosta dalla vegetazione. Anche mangiare non è un problema: «Andiamo ogni giorno alla Caritas». Oppure al vicino supermercato, per comprare qualche cassa di birra. Come fate per vivere? «Ci arrangiamo - ammette Alex, dall’Eritrea -, non è facile stare così, ma noi veniamo da Paesi in guerra. La polizia sa che siamo qui, ma non interviene mai». A Milano sono 517 i rifugiati politici transitati nei centri di accoglienza del Comune nel 2007, per lo più uomini (76 per cento). Vengono principalmente da Eritrea (17 per cento), Nigeria (17 per cento), Togo (13 per cento) e Costa d’Avorio (12 per cento). Il flusso è continuo e inarrestabile. E infatti allo scalo di Malpensa, nell’ultimo anno, gli arrivi sono triplicati. «Abbiamo risolto l’emergenza della caserma di viale Forlanini - dice Giancarla Boreatti, responsabile del Settore servizi per adulti in difficoltà di Palazzo Marino -, adesso ci troviamo di fronte a un altro allarme. Queste persone sbarcano nelle regioni del Sud e poi arrivano qui, dove occupano qualunque spazio possibile». Esiste un racket dietro gli arrivi a Milano? «Non parlerei di organizzazioni criminali - conclude -, ma sicuramente c’è qualcuno che gestisce questo traffico e ne approfitta».