Rifugiati in fuga: bloccati al confine con la Svizzera

Fermati ed espulsi: ingresso illegale. Quattro di loro sono già tornati a Milano, gli altri tentano di fare ostruzionismo ma le autorità assicurano: «Li manderemo indietro»

Gianandrea Zagato

Tra sette giorni si sarebbero trasferiti dal dormitorio comunale di viale Ortles al civico 60 di viale Piceno, a due passi da Palazzo Isimbardi. Filippo Penati sosteneva di averli convinti ad accettare l’ospitalità offerta, gratuitamente s’intende, in quell’edificio di proprietà della Provincia di Milano. Quattrocentocinquanta metri quadri rimessi a nuovo che, secondo il presidente della Provincia, rappresentavano l’uscita da una condizione d’emergenza. Soluzione offerta a sessanta dei duecento e passa presunti rifugiati politici che, dopo Natale, erano stati sgomberati da quell’edificio occupato abusivamente in via Lecco.
Ma, forse, l’intervento di Penati non era proprio così autorevole visto che - a nemmeno ventiquattro ore di distanza dall’incontro con il numero uno della Provincia - i suoi futuri inquilini hanno preferito espatriare. Sì, quei sessanta immigrati sono stati intercettati e fermati nottetempo nei boschi vicino a Chiasso mentre illegalmente tentavano di entrare in territorio elvetico. Per i sessanta sudanesi è scattata l’espulsione, dopo gli accertamenti (4 sono già rientrati in treno a Milano): provvedimento di «riammissione urgente» che, però, potrebbe richiedere, dicono le autorità svizzere, «anche qualche giorno» poiché gli immigrati non ne vogliono sapere di ritornare a Milano e tentano di «fare ostruzionismo» supportati da chi, all’ombra della Madonnina, invece di offrirgli passi in avanti ha fatto e fa di tutto perché restino in una condizione d’emergenza. Ma perché tentavano illegalmente di entrare in Svizzera?
Domanda che ottiene risposta da Luciano Muhlbauer, consigliere regionale di Rifondazione comunista: «Hanno varcato il confine di Stato per raggiungere la sede dell’Onu a Ginevra e denunciare il trattamento che hanno subito da parte del Comune di Milano». Come dire: la conferma dell’ennesima strumentalizzazione della sinistra «per raccattare una manciata di voti in più» come mette nero su bianco il capogruppo regionale di An Roberto Alboni, mentre il consigliere regionale di Forza Italia Angelo Giammario stigmatizza il comportamento «delle Istituzioni e delle associazioni di sinistra, Penati in testa, per far saltare ogni possibile accordo».
Valutazione che segue quella di Laura Boldrini, portavoce italiano dell’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati dell’Onu: «Non solo non vedo quale potesse essere il significato della protesta quando agli immigrati avevamo già dato la nostra disponibilità al confronto e al dialogo, ma credo pure che siano stati mal consigliati visto che la Svizzera non applica la convenzione di Schengen». E mentre l’assessore regionale all’Urbanistica Davide Boni auspica che «le autorità italiane prendano esempio da quelle elvetiche e si proceda all’espusione immediata dei clandestini dal territorio nazionale», Tiziana Maiolo constata che «evidentemente nemmeno la struttura di viale Piceno era gradita a queste persone che credono di essere titolari di diritti e non anche di doveri». Ma il gesto dei sessanta sudanesi per l’assessore ai Servizi sociali della giunta Albertini «è anche il risultato dell’opera di Penati, dell’incontro avuto martedì con i rifugiati» che «vanifica l’autorevole mediazione messa in campo da Barbara Contini e l’accordo raggiunto con la comunità sudanese». Richiamo a un senso di responsabilità che non può essere affrontato ad uso e consumo delle telecamere ma, come giustamente chiosa il vice di Penati Alberto Mattioli «per creare un percorso che implichi riconoscimento di diritti e insieme di doveri».
Riaffermazione che, stavolta, Penati non si merita neanche un applauso dopo essersi persino proclamato «unico interlocutore dei rifugiati» e dicendosi pronto «a spiegare la situazione al prefetto Gian Valerio Lombardi» pur non ignorando che la Provincia non ha alcuna competenza in merito. Difficile, quindi, non condividere quanto sostenuto dall’amministrazione comunale, «Penati è un guastatore disfattista che cerca pubblicità sulla pelle dei rifugiati». Sessanta uomini trasformati in strumenti di battaglia elettorale con l’ex prefetto Bruno Ferrante che ripropone l’istituzione di un assessorato all’Immigrazione e non spende una-parola-una per questa pagina vergognosa vergata dalla Provincia di Milano. Una fuga dalla città «stanca delle pagliacciate di Penati» dove, chiosa Maria Stella Gelmini, coordinatore regionale di Forza Italia, «non sarà mai consentito che gruppi di persone prepotenti con permesso di soggiorno momentaneo possano vedersi assegnata un’abitazione».