«Rifugiati indifendibili» Anche la Cgil li «molla»

Presto per loro sarà pronto un centro in viale Piceno

Chiara Campo

Abbandonati da tutti, alla fine si sono rassegnati ad alzare bandiera bianca. Sindacati e associazioni dopo l’ultimo capriccio hanno scelto di starsene in disparte: «Sono indifendibili». E il presidente della Provincia Filippo Penati, che dopo lo sgombero di via Lecco aveva aperto le porte di Palazzo Isimbardi ai rifugiati perché trascorressero la notte al caldo, ieri ha ammesso che «devono capire che non possono pretendere cose impossibili». Non è rimasto nessuno a difendere i 62 sudanesi che ieri hanno trascorso la notte e tutta la giornata nei giardinetti davanti alla stazione Centrale, dopo aver detto no al dormitorio di viale Ortles in cui il Comune aveva offerto loro ospitalità gratuita, in attesa che tra circa una settimana fosse pronto il convitto di viale Piceno. Palazzo Marino si era detto pronto a riaccoglierli, nonostante la fuga di una settimana fa verso la Svizzera e i danni procurati in viale Ortles. Ma il gruppo di immigrati non aveva intenzione di stare alle regole del dormitorio come tutti gli altri: di uscire dalla struttura tutti i giorni tra le 9.30 e le 13.30, non se ne parlava. Salvo poi fare dietrofront ieri sera, quando hanno avuto chiaro che ormai anche chi dall’inizio della vicenda aveva difeso a spada tratta la loro causa non intendeva esporsi oltre. E dopo un incontro con l’assessore provinciale Francesca Corso, hanno accettato di tornare in viale Ortles per circa dieci giorni, il tempo di sistemare e attrezzare la struttura di viale Piceno che poi li ospiterà e che ieri hanno già potuto visitare. Anche se l’assessore ai Servizi sociali del Comune Tiziana Maiolo ha subito precisato che «non è la Provincia a decidere quando e se questi cittadini si sposteranno. Loro prima devono accettare tutte le regole e poi, dopo che avranno sottoscritto il programma di integrazione con il Comune, decideremo».
L’accampamento improvvisato dai rifugiati nei giardinetti di piazza della Repubblica, dove dopo la notte gelida sono rimasti ieri per tutta la giornata, coi falò accesi e i panni stesi al sole, tra la statua di Giuseppe Mazzini e l’hotel Principe di Savoia, aveva esasperato gli animi. L’assessore alla Sicurezza Guido Manca era arrivato a considerare la possibilità di chiedere al questore un ricovero coatto. «Queste persone - ha sottolineato Manca - sono scappate da una struttura comunale, hanno tentato l’espatrio in Svizzera da clandestini, hanno opposto resistenza alle autorità elvetiche, rifiutano le soluzioni che abbiamo trovato per loro. Se continueranno con tale atteggiamento chiederemo al prefetto che siano ricondotti alle prefetture di provenienza, dove sono depositate le loro domande di permesso di soggiorno. E alla luce del loro comportamento nelle ultime settimane, chiederemo di verificare se ci siano ancora i requisiti per un’accoglienza sul suolo italiano».
Ma neanche la Cgil ieri ha «seguito attentamente come prima la vicenda - ha spiegato Graziella Carneri responsabile della sezione che si occupa di immigrazione -. Dopo l’azione di forza dell’altra sera, quando hanno rifiutato di trasferirsi in viale Ortles, la situazione obiettivamente è difficile da seguire. In attesa che venga allestito il convitto, non possono fare altro che accettare di rimanere in dormitorio. Ma il gruppo dei sudanesi è stato fin dall’inizio il più difficile da convincere sulla strada della moderazione. E, francamente, diventa complicato anche per noi capire dove vogliano arrivare. Quando la richiesta di diritti si è trasformato nell’accampare pretese, abbiamo preferito restare un po’ in disparte». Da ieri sera, dunque, il gruppo si trova in viale Ortles. Almeno fino alla prossima «rivolta».