Rigassificatore, Vendola chiude i rubinetti

Il presidente pugliese impone al governo una nuova valutazione di impatto ambientale. Rischio di crisi diplomatica con la Gran Bretagna

da Brindisi

Un brusco stop dopo un braccio di ferro nella sinistra, la convocazione di una nuova riunione tecnica che alimenta l’ipotesi di una clamorosa retromarcia con due possibili conseguenze: la cancellazione di svariati posti di lavoro e l’imbarazzo verso il governo britannico. Fatto sta che al termine di un tira e molla che con il passare dei mesi si è rivelato un vero e proprio scontro frontale, passa la linea del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e Palazzo Chigi dà il disco verde alla procedura di valutazione di impatto ambientale per il rigassificatore di Brindisi, l’opera che la British gas sta realizzando nella località Capo Bianco. Un atto dovuto dopo che l’Unione europea si è detta pronta ad aprire una procedura di infrazione imponendo una nuova verifica ambientale. Insomma, tutto da rifare. E prende consistenza l’ipotesi che il massiccio investimento britannico possa svanire definitivamente, anche se in realtà il verdetto definitivo dovrebbe arrivare solo tra sei-sette mesi. «Vedremo; di certo adesso ci attendiamo un atteggiamento responsabile da parte di tutti», commenta Francesco Boccia, consigliere economico di Palazzo Chigi. Parole che suonano come un invito a chiudere l’aspra contrapposizione, il botta e risposta condito dai proclami di Vendola che qualche mese fa aveva definito il progetto del rigassificatore a Brindisi «un cadavere» e «un crimine contro l’umanità».
Tutto in regola. Il progetto British Gas risale a quattro anni fa e prevede una capacità di otto miliardi di metri cubi di gas all’anno. Un investimento da 500 milioni di euro, di cui 150 già spesi. La costruzione delle fondamenta dei serbatoi è cominciata, la colmata del bacino è quasi completata e al lavoro ci sono 150 operai: una sessantina rimarranno nell’impianto a regime, mentre l’indotto potrebbe garantire 250 posti. Numeri che sarebbero una boccata d’ossigeno per una provincia che conta ottantamila disoccupati, come più volte hanno fatto presente i sindacati e i rappresentanti locali di Confindustria a Prodi invitandolo ad andare avanti con l’impianto.
Le proteste. Nonostante le autorizzazioni ottenute dalla British gas, il progetto è finito al centro del fuoco incrociato degli enti locali: Provincia e Comune di Brindisi, oltre alla Regione guidata da Vendola. Il governatore non ha mai perso occasione per ribadire il suo niet alla faccia del governo che invece ha tentato di salvare il salvabile istituendo una cabina di regia. Ma il governatore non si è certo tirato indietro e più volte ha bacchettato aspramente Palazzo Chigi: alla fine di novembre ha pensato bene di lanciare una specie di ultimatum dichiarando che «nel caso di future omissioni delle decisioni invocate da questo ente interpretabili come il venir meno di un comportamento di leale e costruttiva collaborazione istituzionale, la Regione Puglia avvierà ogni possibile iniziativa per impedire che l’intervento in corso prosegua».
Gli inglesi. La questione è delicata. E non riguarda solo la Puglia, ma è al centro delle relazioni tra Italia e Gran Bretagna. Prodi e Blair ne hanno discusso a tu per tu nel corso dell’ultimo incontro che hanno avuto a Londra, l’ambasciatore britannico, Ivor Roberts, in agosto aveva parlato chiaro con un’intervista al Corriere del Mezzogiorno: «Le autorità italiane hanno cambiato posizione dopo le elezioni, un Paese democratico non dovrebbe modificare il proprio atteggiamento con il mutare del quadro politico». Il diplomatico aveva anche paventato il rischio di un crollo degli investimenti in Italia e aveva sottolineato che «non si può annullare un’autorizzazione legalmente concessa». Prodi ha poi rassicurato Blair, ma successivamente, dopo il ricorso della Provincia di Brindisi, la parola è passata all’Unione europea che ha sollecitato una nuova valutazione di impatto ambientale.
Lo spettro del risarcimento. La partita ovviamente non è ancora chiusa. Gli inglesi sembrano decisi ad andare fino in fondo e potrebbero avanzare una richiesta di risarcimento da capogiro: in ballo ci sono i 500 milioni di euro del progetto, i 150 milioni di euro già spesi e i danni provocati dalla cancellazione dell’opera. Una prospettiva tutt’altro che rassicurante anche se il governo si sente in una botte di ferro perché lo stop è stato imposto da Bruxelles. Comunque sia, mentre sull’asse Roma-Londra-Bruxelles si discute, a Brindisi i lavori per il rigassificatore vanno avanti.