Rignano, spuntano i nomi di altre 10 persone

Roma - Si accendono le fiaccole davanti al carcere romano di Rebibbia, strette nelle mani di più di duecento abitanti di Rignano Flaminio. Un segno di solidarietà per i sei concittadini arrestati con l’accusa di essere pedofili lo scorso 24 aprile. Tra chi stringe le torce molti parenti di chi ora è dietro le sbarre, ma ci sono anche le colleghe delle maestre arrestate che non credono che quelle persone con cui hanno lavorato per tanti anni siano gli «orchi» tratteggiati nell’ordinanza del gip di Tivoli. «Sono colleghe che hanno dato la vita per i bambini. Voglio per loro la medaglia al valore, riconosciuta da tutti, e non il carcere», sospira Lina Pellegrino, insegnante alla Olga Rovere, mentre altre maestre scoppiano in lacrime. Il dolore del piccolo corteo che passa sotto il carcere riflette quello dei genitori dei bambini, certi che i loro figli abbiano subito molestie terribili proprio nelle ore in cui erano, o avrebbero dovuto essere, all’asilo.
Due schieramenti, due convinzioni incrollabili e inconciliabili che duplicano lo scontro giudiziario tra la procura di Tivoli e i difensori degli imputati. Il contrasto totale tra le storie agghiaccianti che i genitori hanno raccolto dai figli e riversato nelle denunce e i proclami di innocenza delle tre maestre, della bidella, dell’autore tv e del benzinaio cingalese.
Nei racconti che i bimbi avrebbero fatto ai genitori ci sono descrizioni di luoghi, situazioni, automobili. E persone. Tante, più delle sei finite prima indagate e poi dietro le sbarre. Il numero degli «adulti» citati dai bambini raddoppia solo con le prime sei denunce, quelle di luglio scorso. Saltano fuori altri possibili dipendenti della scuola: c’è una «maestra Francesca» e una «bidella Patrizia», c’è un «Cristian» ora indicato come «bidello» alla guida di un fuoristrada, ora semplicemente come «cattivissimo». Una bimba elenca i nomi di «Manuel» ed «Emanuele», ben tre fanno il nome di «Giovanni». Non lo stesso «Giovanni» che gli inquirenti hanno poi identificato con l’autore tv Gianfranco Scancarello. Questo è «nero e non parla italiano», registra l’ordinanza del gip dagli appunti del padre di un bambino. Ma non è nemmeno Kelum De Silva, perché lo stesso bimbo secondo il provvedimento riconosce il benzinaio cingalese come «partecipante ai giochi», ma lo chiama Maurizio. Altri due minori parlano di questo «secondo» Giovanni, descrivendolo come «scuro di pelle, anziano, con i capelli bianchi» e come «amico di Patrizia».
Anche dai resoconti allegati alle dieci denunce presentate a ottobre da altrettante famiglie salta fuori un «Giovanni», e stavolta sarebbe un bidello. Gli altri nuovi chiamati in causa dalle trascrizioni di quanto i bambini del «secondo gruppo» hanno detto ai genitori sono la «maestra Luciana», «citata» in quattro racconti, e una non meglio definita «Loretta». Nove, dieci persone in più. Il gruppo, presumibilmente, nel quale gli inquirenti stanno tentando di individuare gli «altri responsabili» di cui parla il gip nella sua ordinanza.
Un provvedimento che le difese dei sei indagati continuano a stigmatizzare nella forma e nella sostanza, sperando di poterlo smontare nell’udienza del Riesame di mercoledì prossimo. Perché, se la ricostruzione dei presunti episodi di pedofilia di Rignano così come il giudice Elvira Tamburelli l’ha messa nero su bianco nel documento mette i brividi, gli avvocati non sono affatto convinti della consistenza dei riscontri. E rimarcano altri aspetti dell’ordinanza ritenuti giuridicamente poco ortodossi.
Per esempio, la parte in cui il magistrato definisce gli indagati «nelle condizioni di essere dichiarati delinquenti abituali», pur essendo privi di precedenti penali. Un concetto che torna alla fine delle 59 pagine, quando il gip, analizzando le esigenze cautelari che giustificano l’arresto per i sei, scrive di una «forte pericolosità degli indagati» tale da «superare il dato, questa volta meramente formale, della loro apparente incensuratezza».
Qualche dubbio sulla gestione dell’inchiesta e sull’opportunità della carcerazione preventiva lo avanza anche la camera penale di Roma. «Era davvero necessario arrestare i presunti orchi?», domanda in un comunicato l’organismo di rappresentanza dell’avvocatura romana. «È un dubbio legittimo - se è vero che le porte del carcere si sono chiuse dietro le spalle di persone a conoscenza di essere indagate per quei tremendi fatti da molti mesi; osservate, intercettate, controllate quotidianamente e, da quanto si apprende, senza nessun esito».