Rigoberta, la santona del terzomondismo

Ha costruito la propria immagine a tavolino, come si progetta una campagna elettorale. Rappresentandosi vittima di innumerevoli ingiustizie, ha ottenuto una sfilza di riconoscimenti, un buon numero di lauree honoris causa in mezzo mondo, comparsate televisive ovunque (anche in Italia, naturalmente) e, come una ciliegina sulla torta, perfino il Premio Nobel per la Pace nel 1992. Ma ora Rigoberta Menchù, «eroina» degli indios di mezza America, è vicina a fare i conti con un fiasco elettorale di proporzioni colossali.
Domenica si vota infatti nel suo Paese, il Guatemala, e tutti i sondaggi annunciano che non sarà tra i due candidati che si confronteranno nel ballottaggio. Come non bastasse, otterrà unicamente una misera manciata di voti. Con ogni probabilità, inferiore al 5 per cento.
Eppure quando Elizabeth Burgos Debray (moglie del noto militante marxista francese, e già amico del «Che», Régis Debray) pubblicò un volume raccogliendo il racconto della sua vita, tutto il bel mondo della sinistra radical-chic si commosse fino alle lacrime. La scena presentava una ragazza uscita da una famiglia poverissima, un padre bruciato vivo dai militari e pure una madre uccisa dalla polizia, altri fratelli egualmente trucidati; il tutto entro una storia di miseria che non aveva però sbarrato la strada ad un’attiva militanza rivoluzionaria. Ma bugie ed esagerazioni hanno spesso le gambe corte e fin dal 1999 il New York Times ha smascherato la rappresentazione in molti suoi aspetti. E oggi sono numerose le pubblicazioni accademiche che, punto su punto, contestano minuziosamente la ricostruzione.
Da qualche settimana, per giunta, è disponibile pure un vivace pamphlet di Leonardo Facco (Si chiama Rigoberta Menchù. Un controverso premio Nobel per la pace) in cui tutte le menzogne di questa icona del terzomondismo vengono prese in esame.
Il quadro che emerge è a dir poco squallido. A tratti, sembra di essere di fronte a quei santoni che manipolano le persone più ingenue e subito chiedono cospicue somme di denaro. Qui è chiaro che l’obiettivo non sono tanto i soldi, ma il potere, dato che la signora appartiene a circoli rivoluzionari tutt’altro che marginali in Sud America e ha fabbricato quel libro come si organizza un gruppo combattente. Diversamente, perché dire che il fratello Nicolas è morto di malnutrizione quando invece molti anni dopo stava bene e viveva in un villaggio guatemalteco?
Un altro dato «curioso». Le due donne, Elizabeth (l’autrice) e Rigoberta (l’eroina), da vent’anni non si parlano, ma non per divergenze ideologiche. La prima sostiene di essere stata ingannata, mentre la seconda accusa l’antropologa di essersi arricchita con l’«autobiografia», scritta dalla Burgos Debray, che ne ha incassato i diritti d’autore.
Di fronte a tale quadro d’insieme, non c’è quindi da stupirsi se domenica gli elettori guatemaltechi si divideranno tra il conservatore Otto Perez Molina e il socialista Alvaro Colom. Alla Menchù resterà la fama internazionale e la possibilità di poter sempre trovare un qualche Gianni Minà disposto ad intervistarla.