Rigore e niente compromessi: tagli a Province e piccoli Comuni

Il governo cala l'asso delle misure anti crisi. Da misura di emergenza, per mettere in sicurezza i conti a "occasione"
per riformare lo Stato, tagliare veramente i costi della politica,
eliminare gli sprechi in modo strutturale e fare la riforma del fisco. Un piano da oltre 30 miliardi di euro: via libera all'anticipo della delega fiscale che da sola vale 20 miliardi. Un piano per il lavoro: <strong><a href="/interni/per_rilanciare_loccupazione_giovanile_governo_mette_piatto_miliardo/atletica-adsl/11-08-2011/articolo-id=539570-page=0-comments=1" target="_blank">per rilanciare l'occupazione giovanile il governo mette sul piatto un miliardo</a></strong>

Roma - Da misura di emergenza, per mettere in sicurezza i conti a «occasione» per riformare lo Stato, tagliare veramente i costi della politica, eliminare gli sprechi in modo strutturale e fare la riforma del fisco. La manovra di fine giugno è «da ristrutturare», per mettere il Paese al riparo dai mercati in tempesta, ha detto ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Cosa significhi per i conti lo ha spiegato aprendo l’incontro con sindacati e associazioni delle imprese. Il rapporto deficit-Pil che quest’anno sarà al 3,8%, scenderà tra l’1,5 e l’1,7% il prossimo, per arrivare al pareggio nel 2013. L’anticipo dell’obiettivo fabbisogno zero è quindi confermato. E ieri è tornato d’attualità l’annuncio che il premier Silvio Berlusconi aveva dato nell’informativa alle Camere del 3 agosto: «Si va verso l’azzeramento del deficit da qui a fine anno», cioè saldo entrate e uscite a zero per i mesi che restano del 2011.
Sulle misure che serviranno a raggiungerlo, gli incontri di ieri (oltre a quello con le parti sociali c’è stato il vertice del Pdl con il segretario Angelino Alfano e il faccia a faccia tra il premier Silvio Berlusconi e il leader della Lega Umberto Bossi) sono serviti a fare appena un più di chiarezza sull’impostazione generale ma non sul dettaglio, in particolare sui temi più caldi. Per conoscere tutte le misure occorrerà attendere il Consiglio dei ministri che si terrà il 16 o il 18 agosto.
Nei giorni scorsi è circolata l’ipotesi di una patrimoniale, limitata ai redditi più alti. La proposta è partita già svantaggiata (il centrodestra è contrario mentre è un cavallo di battaglia delle sinistra) e ieri prevaleva l’idea di metterla in un cassetto, lasciando sul tavolo praticamente solo la nuova stretta sulle pensioni. Non dovrebbe rientrare nemmeno sotto forma di Ici, come era stato ipotizzato, mentre resta aperta la strada di un anticipo dell’Imu, l’imposta municipale unica che dovrebbe scattare nel 2014.
Il capitolo pensioni, se sarà confermato, è tutto da decidere, ma la strada più probabile è l’anticipo al 2012 di quota 97, cioè del requisito per l’anzianità che si ottiene sommando l’età anagrafica a quella contributiva. E poi l’inizio anticipato dell’aumento graduale dell’età della pensione di vecchiaia per le lavoratrici del privato. La trattativa sarà soprattutto dentro al governo (la Lega è da sempre contraria a interventi sulle anzianità, che sono concentrate nel settentrione).
Ma le novità di ieri non riguardano i due capitoli politicamente più critici. Il governo è intenzionato a dare piena attuazione alla delega fiscale, che da sola porta 20 miliardi all’obiettivo del raggiungimento del pareggio di bilancio già nel 2013. Questo significa che il governo vuole mettere mano alla giungla di agevolazioni fiscali, che hanno finalità assistenziali. E che intende attivare anche le altre voci di entrate previste dalla delega. Ad esempio l’aumento dell’Iva (selettivo) e l’armonizzazione delle rendite finanziarie.
Ma significa anche che la delega riprenderà il suo significato originario, quello di un primo abbozzo della riforma fiscale che porterà a un sistema più semplice, a tre aliquote di imposta sui redditi, favorevole alle imprese.
L’operazione fabbisogno zero servirà anche a cambiare profondamente la struttura dello stato. Ritorna a pieno regime, la riforma del ministro Roberto Calderoli che mira a snellire l’amministrazione periferica dello stato. Comprese le province che il Carroccio all’inizio non voleva toccare. L’intenzione è di eliminare quelle più piccole e anche di accorpare i comuni minori. Dovrebbe essere la volta buona anche per il dimezzamento del numero dei parlamentari, altra riforma che aleggia dagli anni Novanta e che potrebbe vedere la luce grazie alla bufera finanziaria del 2011.