IL RIGORE INVENTATO

L’agenzia di stampa batte la notizia: «Padoa-Schioppa chiede rigore». E la prima reazione è di sollievo. In effetti, erano almeno due ore che Padoa-Schioppa non chiedeva rigore: cominciavamo a preoccuparci. Ormai ci siamo abituati: un avvertimento al giorno toglie il pensiero di torno. Se non arriva, fatichiamo a prendere sonno.
Ci avete fatto caso? Il ministro ha trasformato la formuletta del rigore in una specie di mantra. La ripete come un disco rotto. Si sveglia, saluta la moglie e dice: «Serve rigore». Sale sull'auto blu e commenta: «Serve rigore». Scende al bar, chiede un caffè e ci aggiunge poco zucchero e tanto rigore. Poi a pranzo sta a dieta perché, si sa, «serve rigore». Figuriamoci quando guarda le partite della Nazionale: a ogni azione si alza in piedi e urla «rigore, rigore». Pazienza: di calcio, si sa, non è un esperto. Però pare che apprezzi molto il ruolo del portiere. Perché? Semplice: non si muove dall'area di rigore.
Noi ogni giorno ascoltiamo compiaciuti la lezione di tanta severità. Cura pesante, manovra bis: al solo sentire questi discorsi ci viene da tirare la cinghia fino all'ultimo buchetto. Siamo pronti al sacrificio, subiremo rassegnati l'ennesimo salasso. Ma un dubbio ci tormenta: perché mentre per noi s'instaura la dittatura del rigore, per i parlamentari arriva il Paese del Bengodi?
Ma sì, avete letto bene, non è uno scherzo: l'operaista Bertinotti, l'uomo del popolo, vuole regalare una settimana di vacanza al mese ai parlamentari. Come se i parlamentari lavorassero troppo. Del resto, i tempi cambiano: una volta il subcomandante Fausto pensava a ridurre l'orario di lavoro ai manovali. Adesso che è seduto lassù si accontenta di ridurlo a deputati e senatori. C'est plus facile. E anche la giacca si stropiccia di meno.
Naturalmente sono tutti d'accordo. Quando in Parlamento si tratta di decidere di lavorare di meno e di guadagnare di più si trova sempre un'intesa trasversale, una maggioranza compatta, una via d'approvazione rapida. Avete presente quelle leggi che giacciono per anni nei cassetti? Avete presente quei provvedimenti urgenti che s'incagliano fra mille impicci? Ebbene: in questi casi non succede mai. Quando si parla di onorevoli benefit, zac, fila via sempre tutto liscio come l'olio.
E così il parlamentare si appresta a lavorare tre settimane su quattro. Cioè, in totale 10,5 giorni e mezzo su trenta. Il resto? Vacanza. E pure ben pagata. Eh sì, perché l'onorevole impegno è poco ma ottimamente retribuito: 1.500 euro per ogni volta che si timbra il cartellino di Montecitorio o Palazzo Madama. In altre parole: si guadagna più con una seduta in Parlamento che con trenta giorni di lavoro alla catena di montaggio. Scusate compagni, c'è stato un errore: la sinistra al governo non riuscirà a passare alla storia. Per intanto si accontenta di passare alla cassa.
Certo: a vedere certi parlamentari, viene quasi voglia di dire che se lavorassero di meno sarebbe meglio. Però, ecco, il riposo strapagato è un po' offensivo. Ma come? Non si era detto che la politica costa troppo? Non si era detto che bisogna incidere sugli sprechi, sulle clientele e sui privilegi? Ricordate la denuncia dei due senatori diessini Salvi e Villone? Ricordate il loro libro, il dibattito, le promesse che ne seguirono? Che fine hanno fatto? Il primo governo Prodi esordisce così: batte il record dei ministri, vice ministri e sottosegretari. Festeggia con il risotto al tartufo, brindando in una villa d'epoca. Poi annuncia che i parlamentari devono lavorare di meno. Se questo intendevano per ridurre sprechi e privilegi, forse noi avevamo capito male. Però temiamo di aver capito benissimo cosa intendono quando parlano di rigore. Infatti l'altro giorno Visco ha detto che vuole essere amico del contribuente. Roba da brividi, almeno per il contribuente. Se proprio qualcuno deve lavorare di meno, non si potrebbero lasciar perdere i parlamentari e cominciare da lui? Perché, si sa, a volte succede che chi trova un amico trova un tesoro. Ma con un amico così, il tesoro non si può che perderlo.