Rigore, tagli e rendite tassate: il piano Tremonti non convince 

&quot;Incontro costruttivo e positivo&quot;. Il ministro dell'Economia aveva definito così l'audizione davanti alle commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, dove ieri ha spiegato i due punti sui quali il governo sta lavorando per sconfiggere la crisi (<strong><a href="/interni/tremonti_illustra_piano_anti_crisi_rigore_bilancio_carta/economia-politica-politica_economica-berlusconi-governo-tremonti-misure_anti_crisi-decreto-bilancio/11-08-2011/articolo-id=539696-page=0-comments=1" target="_blank">leggi l'articolo</a></strong>). Ma la ricetta di Tremonti non ha convinto tutti. Quattro parlamentari del Pdl: il nostro voto al decreto non è certo<br />

Roma «Certo che il Pdl è unito. Contro Giulio». Nel capannello di parlamentari azzurri in cui rimbalza la battuta ci sono “falchi” anti-Tremonti come Giorgio Stracquadanio e Isabella Bertolini e “colombe” come Maurizio Lupi, Gregorio Fontana e Donato Bruno, che ha appena presieduto la difficile seduta straordinaria delle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio, dove il ministro dell’Economia ha tenuto la sua relazione. E soprattutto ha pronunciato la sua replica al dibattito.

Una replica inaspettata e imprevista, tanto che, quando ha saputo che Tremonti aveva chiesto la parola a fine seduta, il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto ha cercato di evitarlo. Ma era troppo tardi. Alla fine erano tutti furibondi: le opposizioni, da quella aperturista del Terzo Polo a quella più rigida del Pd, cui il ministro ha chiuso la porta in faccia punzecchiando Casini e Bocchino quanto Bersani; e la maggioranza, a cominciare dal Pdl. Angelino Alfano era pallido («Sono settimane che tesse la tela diplomatica con Udc, Fli e rutelliani e Tremonti arriva e gliela strappa mandando a quel paese i suoi interlocutori», spiega un parlamentare vicino al segretario). Le reazioni a caldo al discorso del ministro di Gianfranco Fini («Sono allibito») e di Pier Ferdinando Casini («ma questo è scemo, da ricoverare») giustificano il pallore. Il vice presidente dei senatori, Gaetano Quagliariello, scuoteva la testa sconsolato: «Era molto meglio non farla, questa riunione straordinaria, visto come è finita».

Non a caso, al termine dello show parlamentare di mezz’agosto, Pd e casiniani si sono attivati per chiedere un colloquio al Quirinale (nonchè l’apertura diretta di un canale di comunicazione con la Bce e Draghi), subito dopo l’incontro di Berlusconi, Letta e Tremonti con Napolitano. Il ragionamento fatto da Bersani e dal leader Udc con il presidente è stato analogo: il governo ci chiede responsabilità e disponibilità, poi Tremonti viene in Parlamento, non ci dice una parola su dove vuol trovare i 20 miliardi che servono e ci prende pure a pesci in faccia. «È intollerabile che l’opposizione non venga neppure informata di quel che ci chiede la Bce e che il ministro ci venga a dire che non ha bisogno del nostro aiuto», dice Bersani. Il capo dello Stato ha dato seguito alla richiesta, convocando ufficialmente sul Colle sia il leader Pd che quello Udc (oggi vedrà anche Fini); e ai suoi interlocutori ha ribadito la necessità di «collaborare tutti» al massimo davanti alla drammatizzazione della crisi. Trovando orecchie sensibili nell’Udc, ma molta più freddezza nel Pd: «Se quel che il governo propone è solo l’anticipo della manovra, non possiamo starci».

La sensazione, nell’opposizione, è che nel governo si stia assistendo alla «rivincita di Gianni Letta», che «gioca contro Tremonti la triangolazione con Napolitano e Draghi». E sarebbe questa, si spiega, la ragione dei toni bellicosi usati dal ministro dell’Economia nella sua replica. Resta l’incognita sul ruolo della Lega, che con Tremonti nei giorni scorsi pareva aver rispolverato l’asse. Nel Pdl si danno letture divergenti: c’è chi teme un’azione convergente di Tremonti e Bossi per rompere ogni ponte con i centristi e «far saltare la maggioranza sulla manovra»; e chi invece che sia stata proprio la battutaccia di Bossi sul «discorso fumoso» del ministro dell’Economia a far saltare i nervi a Tremonti. «Se pensava di poter far sponda con la Lega per chiudere la porta ad ogni riforma strutturale, come quella previdenziale, e puntare ancora sulla stretta fiscale, oggi Bossi lo ha deluso», ragiona Stracquadanio, «prima accusandolo di fare fumo e poi aprendo ad un “compromesso” sulle pensioni».

E l’avanguardia anti-Tremonti (Crosetto, Bertolini, Malan e lo stesso Stracquadanio) esce allo scoperto avvertendo: «Se la ricetta del ministro è sempre quella, tasse e ancora tasse, il nostro voto al decreto non è affatto scontato».