Riina, Brusca e Provenzano indagati per omicidi irrisolti

L’ex cupola, accusata di delitti commessi dalla metà degli anni Ottanta, così parlava di Milano: «È in mano nostra»

«Milano è nelle nostre mani». Così parlava Salvatore Riina. Dallo scranno invisibile della sua latitanza, il boss tirava le fila della mafia siciliana. Fino al capoluogo lombardo, mandante di omicidi finora irrisolti. E la Milano nera, ora, potrebbe scoprirne i registi. Oltre al nome di «Totò ’u curtu», in un fascicolo aperto dalla Procura figurano quelli di Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Giuseppe «Piddu» Madonia. L’ex cupola corleonese di Cosa Nostra dovrà rispondere di una serie di esecuzioni avvenute in città tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90, rimasti - fino ad oggi - senza i nomi dei mandanti né degli esecutori.
Un mosaico di episodi che, grazie a un’inchiesta iniziata tre anni fa dal sostituto procuratore Marcello Musso, comincia a delineare un quadro d’insieme. Una decina di esecuzioni, parte delle quali precedentemente archiviate, torna ora sotto la lente degli inquirenti. A fornire nuovi dettagli sono alcuni collaboratori di giustizia, ascoltati nei mesi scorsi. Tra questi, anche il boss Giuseppe Madonia e il pentito Antonino Giuffrè detto «Manuzza», ex braccio destro di Provenzano, in manette dal 2002. Inoltre, a riempire verbali si aggiunge un altro ex affiliato, che per la prima volta parla a Milano, e che avrebbe fornito importanti riscontri a quanto già dichiarato da altri e più «famosi» pentiti.
Lo schema, secondo la Procura, avrebbe seguito una costante: i mandanti, Provenzano e Riina, avrebbero impartito gli ordini da Palermo stabilendo un’alleanza con Madonia, boss della provincia di Caltanisetta, a sua volta in grado di attivare dei killer di Gela operativi a Milano, per eliminare i rivali o gli «infedeli» nella lotta per il controllo del territorio.
Lo scandaglio del magistrato - che ritorna fino al 26 settembre del ’79, giorno dell’assassinio di Francesco Guzzardi -, si sofferma in particolare su altri due episodi. Il primo, nel giugno del 1987, a Liscate. Nel piccolo comune a una quindicina di chilometri da Milano venne freddato Gaetano Carollo, uomo d’onore di Cosa Nostra a Palermo, padre di Tony Carollo arrestato il 16 maggio del ’90 per la «Duomo connection», inchiesta della Procura su mafia e politica poi archiviata. Ad armare il sicario, un uomo al soldo di Piddu Madonia, sarebbe stato proprio Bernardo Provenzano, la «primula rossa» dei corleonesi, arrestato lo scorso 11 aprile dopo 43 anni di latitanza. Il secondo, invece, riguarda l’omicidio di Alfio Trovato (uomo della mafia catanese legato al gruppo di Milano, rivale dei corleonesi), ucciso a Milano nel 1992 proprio su ordine - sostiene l’accusa - di Riina, Brusca e Bagarella.
Si riapre così una stagione di mafia che sembrava sepolta. Una storia di pallottole, droga, bische e appalti nata nel solco di Luciano Liggio, altro intoccabile di Cosa Nostra che dalle campagne di Corleone conquistò i vertici della cupola. Facendo affari anche all’ombra del Duomo.