Riis e i fratelli Schleck fanno la corte a Basso

Un anno dopo la firma e l’annuncio e l’apoteosi di rosso e Rossi vestita che sancì il matrimonio motoristico di quest’inizio di millenio, un anno dopo si sorride e festeggia per un sesto posto in griglia. Quindici anni dopo la prima vittoria nel motomondiale, quando Valentino era un diciassettenne lungagnone con i brufoli e i riccioli color dell’oro, quindici anni dopo si sorride e festeggia per un sesto posto. Quattordici anni dopo il trionfo nel primo mondiale, classe 125, Aprilia, sulle spalle il numero uno giallo e grande di gomma piuma e gli amici della compa asseragliati nel piccolo camper da campeggio trasformato in fortino della nascente tribù, ecco, quattordici anni dopo si sorride e festeggia per un sesto posto.
Fa bene Valentino a farlo perché questo risultato, c’è da giurarci, gli deve essere costato più di quel primo successo, più di quel primo mondiale, perché oggi volano i Pedrosa in pole, i Lorenzo secondi e gli Stoner e gli Spies e i Simoncelli, e solo poi viene lui che non vola ma come uno scalatore deve piantare ad ogni giro, ad ogni uscita dai box, chiodi a martellate sulla parete da scalare con la Ducati per restare se non in alto, almeno là dove si respira l’aria buona delle vette a cui era abituato. Perché basta voltarsi e guardare giù in fondo per scorgere le altre Rosse cariche di distacchi. C’è il compagno Hayden con la Gp11 distante un secondo e oltre, ci sono i ragazzi con moto non ufficiali come Barbera a un secondo e sette e De Puniet a due e rotti.
Per questo ieri Vale ha detto giustamente sollevato «sono emozionatissimo, sono in seconda fila, significa non essere lontani dai migliori... abbiamo fatto un passo in avanti modificando ancora l’anteriore e la posizione di guida sulla moto...». Per questo ha aggiunto «è stato finora un buon week-end, niente di trascendentale, lo so, sono solo sesto, ma comunque si tratta della mia miglior qualifica con la Ducati. Non solo: ora guido meglio la Gp11.1 soprattutto in frenata e in entrata di curva e in più cominciamo a lavorare in modo più produttivo». E forse, proprio per questo, agli spagnoli di As, l’altro ieri, aveva detto «se avessi provato la Ducati prima non so se avrei firmato il contratto», e per questo, nei giorni scorsi, in un’intervista con La Stampa, aveva prima onestamente ammesso di aver sottovalutato Stoner («sapevo che era forte, ma ora ho capito che quando cadeva con la Ducati non era lui a sbagliare, era la moto a essere troppo difficile») e poi avvertito («l’anno prossimo correrò di sicuro qui e vorrei farlo anche dopo... perché ciò accada, la Ducati deve assecondarmi in tutto»).
E sarà anche per questo che il team manager della Rossa, Vittoriano Guareschi, ha subito fatto sapere: «Non possiamo permetterci di sbagliare progetto... non con Valentino». Sott’inteso, da subito, dall’anno prossimo. Il secondo anniversario del matrimonio motoristico del millennio dovrà avere altro sapore.