Rijkaard: «Una sfida che ci consacrerà grazie a Ronaldinho»

«Il brasiliano è il nostro simbolo, l’uomo che ci regala ogni illusione. Shevchenko da solo non mi fa paura, con gli altri dieci, sì. Kakà sta crescendo». I tifosi del Barça restano a casa: restituita la metà dei biglietti

Riccardo Signori

da Milano

Il viso di Frankie Rijkaard sembra quello di un ragazzo all’esame di maturità. E questo un po’ lo è. Davanti ai giornalisti fa la parte del gran antipatico. Che poi non è. Risposte monosillabiche a domande talvolta banali. Se il Barcellona fa del gioco un’arte da mostrare al mondo, Rijkaard fa del catenaccio oratorio un’arma per difendersi dal mondo. Dice di non essere nervoso («semmai i nervi mi vengono quando sono in conferenza stampa») ma sa che questa è l’ora: per lui e il Barcellona. «Questa è l’ora della nostra consacrazione», ha raccontato ai giornalisti spagnoli. Barcellona e il Barça sono un mondo tutto particolare, dove ciascuno si sente parte di una storia da recitare in catalano. Giornalisti compresi. Dicono Spagna, ma pensano Catalogna. Un altro mondo. Per anni li ha inseguiti l’ossessione di vincere la Liga. Ora l’ossessione è trasferita in questo mondo Champions, che necessariamente non è un mondo di squadre campioni. «Ma noi abbiamo Ronaldinho, è il nostro simbolo. Il giocatore che ha regalato ogni illusione al pubblico del Barça», ha raccontato Rijkaard come per trovar forza da un totem. Anche stasera tutti dietro di lui.
Ieri pomeriggio l’uomo dal piede d’oro sgambettava sul prato di San Siro, con quel sorriso da Bugs Bunny che sembra uno stampo di riconoscimento: Rijkaard l’ha tenuto fermo due partite a causa di problemi muscolari. Ne ha già persi troppi: Messi, Larsson, Xavi per problemi fisici, il genialoide Deco per squalifica. Saranno problemi a centrocampo, forse un po’ meno in difesa.
Non è un Barcellona allineato, coperto e compatto. Neppure nel seguito del tifo: dei 5000 biglietti destinati agli spagnoli ne sono tornati indietro la metà (2400 per l’esattezza). Molti avranno preferito la Tv a quella gabbia lassù, sull’ultimo anello di San Siro, destinata agli ospiti. Eppure è una squadra che in Champions non ha proprio tradito: mai sconfitto nelle dieci partite fin qui giocate, 21 gol segnati, solo quattro subiti. C’è il tanto per sperare che le ultime due semifinali perse (con Valencia e Real nel 2000 e 2002) restino ricordi e non si trasformino in incubi. Rijkaard ha ancora qualche dubbio sugli uomini della difesa. Gioca Marquez, appena restituito da un infortunio? «Vorrei saperlo anch’io», ha risposto con una smorfia. Poco altro sul resto, compresa la forza del Milan. Rijkaard vi guarderà con occhi sgranati se direte che la difesa rossonera è un punto debole, nonostante le apparenze. «Ma state scherzando? È gente forte e lo ha dimostrato». Non ha voglia di infilarsi nel rebus per rispondere chi sia il favorito: «Lo dirà il campo, per ora il Milan perchè gioca in casa. È una squadra con tanta esperienza, organizzazione tattica, giocatori con qualità. Sanno attaccare e difendere». Fra i giocatori con qualità naturalmente ci mette Shevchenko. Ma distingue: «Se giocasse da solo non mi farebbe paura. Ma lui con altri dieci compagni mi fanno paura». Tutto secondo la logica che l’ha condotto nella sua storia da calciatore: prima la squadra, poi il singolo.
Dietro queste risposte un po’ aride, talvolta sfottenti, Rijkaard ha fatto intravedere la tensione di chi non può sbagliare ancora contro il Milan. Nel 2004 il Barcellona perse 1-0 a San Siro, vinse 2-1 in casa e non bastò. Meglio non riprovarci. Meglio lasciar perdere le fantasticherie tipiche: ti va bene uno 0-0? Oppure un pareggio con gol? Magari l’1-0? Nelle parole Rijkaard spesso ritrova la fonte del suo modo di giocare: semplice, lineare, efficace. «Segnare un gol? Va bene. Ma se gli altri ne segnano nove?». Inzaghi non c’è? «Bene, una buona notizia, ma sono cose normali nel calcio».
Sarà così anche il suo Barcellona: semplicità ed efficacia tradotta in gol. Anche se l’occhio da buongustaio vorrebbe lasciarsi rapire dai numeri di Kakà e Ronaldinho. Così bravi e così diversi. Rijkaard si lascia sfuggire quasi un moto di stizza. «Diversi?» domanda e si domanda. «Meno male che lo sono. Altrimenti il calcio sarebbe una noia. La grande qualità è l’attrattiva del pallone. Kakà si conferma di settimana in settimana con i suoi gol e i suoi colpi». Aggiungiamo: è stato l’avversario per cui ha sprecato (usato) più parole. Prima di chiudere con Ronaldinho: «Lui è il nostro simbolo». Il resto, sottintende, lo vedrete stasera.