La rilegittimazione del cretino

E' stupefacente che oggigiorno si possa scrivere «il Presidente della Repubblica si può criticare» senza che suoni come una perfetta banalità. È chiaro che si può criticare: si può persino incrociarne lo sguardo senza trasformarsi in statue di sale. La specifica che in una democrazia si possa criticare qualcuno, da noi, torna a riaffacciarsi solo a proposito del capo dello Stato o della Magistratura o del Papa, ciò che qualcuno vorrebbe intangibile e sacrale. Questo unanimismo nel difendere Napolitano, ora, colpisce: perché non v'è proporzione tra quanto sia rispettato lui e quanto di meno lo siano la seconda e terza e quarta carica dello Stato.

Non sono i nomi a fare la differenza, è la postura. Un capo dello Stato che appaia discreto, secondo un certo italiano, è un buon capo dello Stato perché non disturba e non divide. Ma un capo dello Stato che appaia discreto, secondo lo stesso italiano, conta poco. Costui non capisce perché il capo dello Stato debba metaforizzare ogni parola in discorsi agli studenti o inaugurazioni e celebrazioni: non lo capisce e, in tempi di antipolitica e di platee sbeffeggianti, non pensa che sia colpa sua. Mai. Se dal Quirinale non gli arriva niente, pensa, è perché quello là dorme. Di Pietro e Grillo e Travaglio attizzano proprio questo: la giustificazione a posteriori di ogni ignoranza e pigrizia intellettuale, la rilegittimazione di ogni pregiudizio de panza. Non capisci? Colpa della casta.