Riletture Fra cinema, canzoni e modi di dire

Due parole magiche, infilate sotto la pelle della gente, a generare brividi di piacere, di paura, di nostalgia. Bonjour tristesse non è soltanto il titolo del romanzo di Françoise Sagan. Volate via dalle pagine del libro dopo aver contribuito, con la loro ironica icasticità, a un successo globale ante litteram (copia più, copia meno, si parla di quaranta milioni di «contatti»), quelle due parole si posarono lievi, quattro anni dopo, sul film di Otto Preminger (1958) con l’attrice Jean Seberg a incarnare perfettamente le inquietudini giovanili di Cécile, la protagonista, e a lanciare l’immagine di un «tipo» di ragazza (capelli corti, minuta, irriverente) che molta fortuna avrà nell’immaginario collettivo degli anni Sessanta. Anche qui, sul grande schermo, il successo non mancò, ma soprattutto non mancò di maturare in breve tempo quella strana alchimia che scaturisce da un’opera quando questa corre incontro ai gusti e alle tendenze del pubblico, quasi a mostrargli ciò che lui (e non lei) è. Così Buongiorno tristezza non era più soltanto il titolo d’un libro e di un film. Era diventato il marchio, il logo, d’una miscela borghesemente esplosiva figlia degli slanci giovanili e delle giovanili crudeltà, delle feconde incertezze e delle sterili convinzioni. Suonava anche bene, Buongiorno tristezza, riempiendo più il cuore della bocca. Almeno quando a cantarla era «il reuccio» Claudio Villa, nel ’55, al festival di Sanremo: «Buongiorno tristezza, amica della mia malinconia.../ la strada la sai, facciamoci ancor oggi compagnia...». D’accordo, siamo più sul melodramma che sulla commedia. Ma Buongiorno tristezza si fa per dire. Ed è un modo di dire buono per tutti.