Rimborsi gonfiati, Mangiagalli perquisita

Esami di laboratorio mai realizzati e comunque dichiarati, interventi ambulatoriali eseguiti anche se non necessari, schede di dimissioni ospedaliere alterate per ottenere dalla Regione rimborsi «gonfiati». Al momento, un’ipotesi di reato a carico dei responsabili di alcuni laboratori della clinica Mangiagalli e del direttore sanitario, iscritti dal pubblico ministero Piero Basilone nel registro degli indagati con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al falso. Un’inchiesta aperta di recente in seguito a un esposto presentato in Procura da un dipendente della stessa Mangiagalli e, a partire dal quale, i militari hanno iniziato le perquisizioni nella clinica di via della Commenda. Troppo presto per quantificare il volume di denaro che il sistema avrebbe fruttato. Ma secondo gli inquirenti la prassi incriminata andrebbe avanti da almeno cinque anni.
I Nas, dunque, stanno verificando se i responsabili di alcuni laboratori, abbiano o meno frodato la Regione. Il meccanismo, come emerso nel corso di indagini precedenti della Procura che hanno investito l’Humanitas di Rozzano e il San Raffaele, sembra ormai «collaudato». E avrebbe come obiettivo quello di ottenere rimborsi che si basano sulla classificazione secondo il metodo del «Drg» e lo «Sdo». In sostanza, diagnosi false e cartelle cliniche modificate. Così gli ospedali pubblici (o privati, ma convenzionati) farebbero lievitare i costi di interventi e analisi di laboratorio, per ottenere indebiti rimborsi. «L’indagine dei Nas - fa sapere il direttore sanitario della Mangiagalli, Basilio Tiso - è in corso e non sappiamo cosa appurerà. Faccio presente che si tratta di 400 esami effettuati tra il 2000 e il 2005, sui cui la clinica avrebbe chiesto un rimborso superiore di qualche decina di euro rispetto a quanto dovuto, su un totale di 9 milioni eseguiti in cinque anni».