Le rimesse degli stranieri regolari annulleranno lo scudo fiscale

Dopo tutto il can can che è stato fatto attorno al cosiddetto «scudo fiscale», veniamo a sapere da un Tremonti compiaciuto che sono rientrati a casa più di 80 miliardi di Euro, che qualcuno gongolante fa arrivare a cento. Ci dicono - raggianti - che con la proroga del dispositivo di legge c’è il caso che ne tornino altri 30. Un successone insomma, soprattutto per il fisco che si incassa da sei a dieci miliardi senza batter ciglio.
Sul provvedimento e sui suoi significati si è sentito di tutto: che è un sagace utilizzo del complesso del «figliuol prodigo», il risultato di una accurata operazione di intelligence e «pressione» da parte della Guardia di finanza, che è un formidabile toccasana per la nostra macilenta economia; ma anche che è un favore alle organizzazioni criminali, un lavaggio legalizzato di fondi sporchissimi, uno schiaffo ai probi cittadini che i soldi se li sono tenuti nella banca sotto casa o nel materasso senza arricchire gli gnomi svizzeri. Di tutto e di più.
Non voglio entrare nel merito.
C’è però una notizia che non ha ricevuto nessuna enfasi, che passa via furtiva come una pantegana nel retro della cucina. Secondo l’Eurispes gli immigrati regolari in Italia avrebbero trasferito tramite canali consentiti circa sei miliardi di Euro di rimesse verso i loro Paesi di origine nel 2007, con un aumento del 30% rispetto ai 4,5 miliardi dell’anno precedente. Ancora minore rilevanza è stata attribuita all’osservazione della Banca Mondiale che stima l’ammontare del reale trasferimento ad almeno il doppio.
Io capisco poco di finanza e di economia, ma faccio il ragionamento che farebbe qualsiasi casalinga di Voghera: visto l’andamento e il suo trend di crescita, gli immigrati faranno uscire dall’Italia nel giro di sette-dieci anni una quantità di denaro uguale o superiore a quella rientrata con lo Scudo fiscale che, si suppone, sia il risultato di esportazioni spalmate su un periodo di tempo assai più lungo. Se l’esportazione di capitali è un danno, essa lo è indipendentemente da chi la effettua. Perché quella di cittadini italiani viene colpevolizzata e il peccato viene perdonato con la penitenza di una gabella del 6-7%, e quella degli stranieri viene addirittura incoraggiata da parecchi istituti bancari con facilitazioni e semplificazioni di procedure?
Sono sicuro che ci sia pronta una risposta di sapore tettamanzico: gli esportatori italiani sono evasori, riccastri egoisti e malfattori che fanno sparire denaro frutto delle peggiori nequizie; gli esportatori extracomunitari sono poveri diavoli che mandano una parte dei loro sudati guadagni a sostenere famiglie disagiate e vittime di violenze post-colonialiste.
Ne siamo proprio sicuri? Siamo certi che tutti i soldi portati in Svizzera fossero proventi di mafia e non risparmi di cittadini normali preoccupati dalla nostra instabilità economica? Siamo altrettanto sicuri che tutti i soldi spediti all’estero dai migranti siano guadagnati onestamente, siano «equi e solidali» e non anche frutto di attività illecite, clandestine o criminali?
In ogni caso, suona per lo meno beffardo che si applichino disparità di trattamento fra italiani e stranieri, in un momento in cui l’economia non è proprio florida, in cui gli italiani perdono lavoro e sono sostituiti - lo dice Ricolfi - da extracomunitari. Se si chiede agli italiani l’atto di buona volontà di riportare a casa i loro soldi e il sacrificio di pagare una tassa (un’altra, dopo quella della produzione all’origine e quella sui depositi imposta dalla Comunità europea), non si potrebbe chiedere agli ospiti di trattenere una parte cospicua dei soldi dove «li fanno» o di tassarne l’esportazione, almeno nella stessa misura con cui si tassa il rientro. Non sarebbe uno scudo anche questo? Non sarebbe un bel segnale contro ogni discriminazione? Invece - ancora una volta - a essere discriminati sono i cittadini italiani.